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Pillole di storia: Il massacro di Katyn

La 58^ edizione del festival di Berlino, dagli addetti chiamata Berlinale, si è svolta lo scorso febbraio ed era annunciata come l'edizione all'insegna del cinema italiano. Era previsto infatti “l'Orso d'oro” alla carriera a Francesco Rosi, con annessa retrospettiva delle sue migliori opere; e la sicura vittoria del “Caos calmo”, che tanto ha fatto parlare per la scena di sesso fra il protagonista Nanni Moretti e Isabella Ferrari. Come quasi sempre accade nei festival cinematografici, ha vinto un outsider, un esordiente cui erano state assegnate tante chances quanti capelli in testa a Kojak (si tratta di Josè Padihla col film “Tropa de elite”) e nessun riconoscimento, neppure un piccolissimo orso Knut al cinema italiano.
Consoliamoci, però, perché da Berlino è venuta una lezione di stile e di coraggio, per tutti coloro che credono e vogliono costruire un'Europa unita e solidale. Il maestro polacco Andrzej Wajda, autore di capolavori quale “L'uomo di ferro” (Palma d'Oro al Festival di Cannes del 1981) e di “Danton”, ha presentato fuori concorso il suo “Katyn”. Il film rievoca l'eccidio perpetrato dal Nkvd sovietico, su diretto ordine di Stalin (oggi sappiamo perfino la data, il 5 marzo 1940), su migliaia di ufficiali e civili polacchi, caduti prigionieri dell'Armata Rossa dopo l'invasione, e la spartizione con i tedeschi, della Polonia del 1939. Nel febbraio del 1943 un reparto di SS tedesche scoprì, nella foresta di Katyn, un sito da poco tempo rimaneggiato e coperto alla rinfusa, con piantagioni di betulle giovani. Al di sotto, ben quaranta fosse comuni (di cui solo due aperte e contenenti circa cinquemila cadaveri). La scoperta trapelò, seppure non nella sua esatta dimensione, e i sovietici – mediante la consueta e sperimentata “disinfomatjia” – attribuirono la colpa della strage ai nazisti. Gli alleati dell'URSS (a quel tempo USA e Gran Bretagna) si limitarono a vaghe prese d'atto, per non volgere le proprie opinioni pubbliche contro l'utile alleato che stava sopportando, da solo, il peso delle armate di Hitler... Il 30 aprile 1943 una Commissione medica internazionale, riunita dai tedeschi ma di cui facevano parte quattro medici americani ed anche il professor Palmieri, noto patologo dell'Università di Napoli, dopo aver visitato gli scavi ed i cadaveri esumati, certificò senza ombra di dubbio che il crimine era stato commesso dai sovietici durante il periodo della occupazione polacca. E se fossero state aperte tutte e quaranta, se la matematica non è un'opinione, avrebbero potuto contare fino a centomila vittime! Tutte uccise con un colpo alla nuca, a freddo, senza pietà, solo perché polacche ed istruite, così da eliminare, a guerra finita, ogni possibilità di confrontarsi con una classe dirigente colta e – probabilmente – non allineata. E' la scena finale del film di Wajda, che perse colà il padre e che vuole che tutti vedano le cose in faccia, che tutti ricordino. Solo nel 1990 Gorbaciov riconobbe la responsabilità (in Italia il dottor Palmieri, per ordine del Pci, fu sempre osteggiato e boicottato nella sua carriera) e nel 1992 Boris Yeltsin consegnò a Varsavia i documenti contenenti le prove del massacro e le liste dei fucilati: incomplete, peraltro, poiché riportano solamente ventiduemila nomi!
A giudicare dal grande successo che il film ha avuto in Polonia, il popolo polacco aveva bisogno di conoscere la verità su questo doloroso capitolo della sua storia, soprattutto per potere guardare avanti. Alla domanda: perché ha deciso solo ora di girare il film sul massacro, il regista polacco ha risposto che gli è sembrato il tempo giusto per “una rielaborazione”, cioè una rivisitazione critica a passioni sopite. “L'esempio della Germania ci insegna che una assunzione approfondita e storica delle proprie responsabilità è indispensabile per costruire un futuro. La Germania ha ammesso le sue colpe e oggi in Polonia i nostri giovani non nutrono più risentimenti o pregiudizi nei confronti dei tedeschi. Questa è l'unica strada per costruire un'Europa più unita”. Alla proiezione ha assistito la cancelliere Angela Merkel ed il film ha concorso all'Oscar holliwoodiano come miglior film straniero. Che accoglienza gli sarà riservata qui da noi, dove una semplice fiction televisiva sulle foibe ha scatenato roventi polemiche, accuse e contraccuse senza risparmi?

Paolo Pagnottella


 
 
 
 
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