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Aprile 2008 / Lettere e Arti
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L'Italiano in svendita

Che una lingua venga parlata nel mondo porta vantaggi ai suoi parlanti originari: trovano acquirenti di giornali, riviste e libri in questa lingua, la gente va nel Paese dei parlanti per meglio apprendere la lingua in questione e per semplice turismo, i marchi provenienti da questo Paese trovano curiosità e acquirenti nel resto del mondo. Insomma dietro la diffusione di una lingua ci stanno un sacco di soldi. L'ha ben capito il primo ministro inglese che ha deciso di mettere a disposizione dell'umanità 250 mila nuovi insegnanti (preparati in India, costano meno) affinché diffondano la lingua della regina Vittoria.

 

Noi facciamo “shopping”

 

La lingua italiana, oltre che nella madre patria, è diffusa in Svizzera, nelle ex-colonie (Albania, Libia, Somalia, ecc), ci sono scuole e riviste italiane in Europa e nelle zone in cui vi è stata nel passato una forte immigrazione italiana come l'America, del sud in particolare; l'italiano viene studiato un po' ovunque quale chiave di accesso al patrimonio storico/culturale più ricco del mondo. Il cittadino italiano medio ignora tutto ciò e, soverchiato da un linguaggio sempre più superficiale (quello della pubblicità e dei mezzi di informazione), si accontenta di sentirsi internazionale sparando qualche parola in inglese nel suo colloquiare quotidiano. Questo non è solo patetico, ma sbagliato: sia per motivi di carattere economico, sia per una riduzione della comprensibilità in molti casi. Se dire “vado a fare shopping” (anziché “acquisti”) è chiaro; è meno chiara la frase “che bel look che hai”, in quanto non si capisce se ci si riferisce all'abbigliamento, all'umore, o all'aspetto in generale.

 

L'inglese, lingua della scienza?

 

Qualcuno sostiene che l'inglese è ormai la lingua del futuro e che dobbiamo cedere le armi. L'inglese scientifico è mutuato di sana pianta dal latino (e indirettamente dal greco antico), cioè dall'italiano, visto che noi siamo i diretti eredi dei latini. E poi, se “biologia” la scrivono “biology” e la pronunciano “baiologi”, sono problemi loro. Infatti l'inglese è lingua terribilmente difficile e sceglierla come lingua internazionale, oltre a portare un sacco di soldi immeritatamente agli angloparlanti, significa complicarsi la vita: pare che qualche aereo sia caduto grazie alla difficile comprensibilità di questa lingua in condizione di emergenza. Le parole sono spesso monosillabi e spesso con pronuncia simile l'una dall'altra o con pronuncia molto difficile: pensate ai cento modi in cui la parola three (=3) viene pronunciata nei vari angoli del mondo. L'inglese è la lingua dei conquistatori del più grande impero coloniale del mondo, dei vincitori delle due guerre mondiali, dei produttori dei film più guardati e della musica più amata; l'inglese si è imposto come principale lingua scientifica e si sta imponendo come lingua di comunicazione internazionale. Però, se da una parte si è trattato di una scelta imposta, dall'altra non è certo una scelta razionale e democratica. Timidamente propongo qui, come lingua internazionale, l'esperanto: una lingua facile e democratica che si può studiare gratuitamente anche a Pesaro (tutti i mercoledì sera dal 2 aprile all'11 giugno, presso la 7^ Circoscrizione, via Petrarca 18. Info: 328 6923567, 346 4029486).

 

 

Favorire i neologismi?

 

Qualcuno, proprio su “Lo Specchio”, ha sostenuto che l'italiano resta vitale perché è in grado di inglobare continuamente parole nuove. Non mi sembra vero e comunque nient'affatto desiderabile. Prendiamo la parola che indica la manopola di comando del computer: “mouse”. Alla faccia dei sostenitori dell'inglese scientifico, significa “topo”. Avremmo potuto tradurla come “topo”, oppure chiamarla semplicemente manopola, e invece per complicarci la vita la chiamiamo mouse (pron. maus). Perché? Perché coloro che per primi in Italia hanno insegnato informatica hanno ritenuto opportuno, per amplificare agli occhi dell'incolto le banali nozioni che stavano propinando, mantenere i termini inglesi: anche “topo” quindi. E farsi pagare di più. Si tratta di una semplice truffa. Vi ricordate l'Azzeccagarbugli dei Promessi Sposi? Anche lui usava un'altra lingua per incutere riverenza nell'ignorante Renzo. Allora si usava il latino, ora l'inglese.

Non ci basta l'inglese per imbastardire l'italiano e complicarci la vita, talora ci sforziamo pure. Mi viene in mente la parola “memoteca” vista su di un documento della Provincia. Si riferiva ad una mostra che è durata qualche giorno. Perché inventarsi la parola “memoteca” quando esistono già, ricche di sfumature diverse, parole che esprimono l'idea del mostrare qualcosa che va ricordato: museo, pinacoteca, mostra, rassegna, ecc.? Forse per pura stupidità.

Credo che una lingua stabile sia un bene da tutelare in quanto ci permette di accedere al nostro patrimonio di otto secoli di letteratura. Introducendo parole come “mouse”, “look” o “memoteca” i nostri nipoti non solo non saranno più in grado di comprendere la Divina Commedia, ma neanche Pinocchio. Saranno più poveri, culturalmente, economicamente e con una identità più debole.

 

Conclusione

 

Quando un giornale ci propina “class action” anziché ricorso collettivo, o “election day” anziché accorpamento delle votazioni, non compriamolo. Quando una pubblicità ci propone il cioccolatino “esclusivo”, che non significa nulla, cambiamo canale. Quando qualcuno ci dice che abbiamo un bel “look”, chiediamogli a cosa si riferisce. Non vinceremo la guerra, ma ci faremo prendere un po' meno in giro.

Claudio Mari

 

Capisco, e in parte condivido, le osservazioni di Mari. Temo però che, con i criteri da lui indicati, non sarebbe più possibile guardare la TV, né leggere alcun giornale: nemmeno Topolino.

A. A.


 
 
 
 
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