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Aprile 2008 / Lettere e Arti
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Visti da vicino: Evgenij Evtushenko


“Niente impegni politici adesso. Ho capito che la politica non fa per me”. Così ha risposto alla domanda dell'intervistatore Evgenij Evtushenko, classe 1933, in questi giorni a Verona, ospite del Festival internazionale di poesia. Esattamente la stessa risposta che diede a me, nel freddo polare della notte del primo gennaio 1988, mentre percorrevamo su una “scassata e rugginosa” Lada le deserte strade di Mosca diretti alla sua dacia di Peredelkino, insieme ad Enzo Polverigiani del “Corriere Adriatico” e Alberto Ridolfi de “L'Unità” che mi avevano quasi obbligato a telefonare al poeta in quanto avevo raccontato loro dell'invito rivoltomi durante la sua ultima visita a Fano.
Non volevo disturbare, egli aveva da poco tenuta l'orazione ufficiale agli scrittori ed intellettuali di tutto il mondo riuniti a Mosca per volontà di Gorbaciov e pensavo che un grande destino lo attendesse. La telefonata determinò un equivoco perché egli non comprese subito che mi trovavo a Mosca, seguito poi da una esplosione di gioia: “Curioso, devo venire Mosca. In quale hotel tu sei, io vengo subito te prendere”. E venne davvero. In auto si confidò: “Ho capito che la politica non fa per me, troppo persone chiedono, troppo persone vogliono ed io non posso dare se non parole. Tutti vogliono. E tu?” (ricordando che ero stato candidato per il Parlamento). “Non sono stato eletto, ma la penso come te”, risposi. Poi aggiunse cambiando discorso: “Tu Alberto conosci mia moglie ?”. “Certamente, l'ho incontrata a Fano, ricordi ?”. “Quella donna non è più mia moglie. Un uomo si è introdotto nella mia casa, diceva di amare la mia poesia. No era vero, amava mia moglie. Sarebbe come se io fossi andato in casa di Pasternak a rubare lui moglie. No possibile. No possibile. Ora lei sta in Mosca con nuovo uomo. Io ho sposato giovane donna russa: Natascia. Tu devi trattarla bene, lei come molte giovani donne russe ha perso bambino dopo Chernobil. Ma ora andiamo mia dacia, peccato tu non con noi ieri sera. Grande sbornia internazionale. C'erano tutti, americano, inglesi, giapponese, russi mancava italiano”. E continuò a parlare durante tutto il viaggio. Noi lo ascoltavamo in un silenzio simile a quello dell'ingegnere che guidava e che non pronunciò mai parola. Ci spiegò che la perestrojka era una buona cosa, attesa da decenni ma che noi non potevamo immaginare a quali sacrifici era stato chiamato nuovamente il popolo russo. “Perestrojka, perestrojka sì, ma quando mancano patate sulla tavola… Nemici, conservatori boicottano”.
Abbandonati i grandi viali urbani entrammo finalmente in un silenzioso paesaggio incantato. Dire che eravamo emozionati è dire poco anche perché Evgenij ci raccontava tutto quello che in quell'area privilegiata era accaduto durante i decenni dello stalinismo. Betulle a non finire e tra esse, immerse nella neve e ben distanziate una dall'altra, le famose dacie dei potenti sovietici, abitazioni in legno simili alle isbe tradizionali con qualche comfort in più, in particolare il caldo, tanto caldo ed una sorpresa, tutta per me. Una piccola damigiana di vino fragolino proveniente dall'Abkasia, vino del quale, memore del “fragolino” che gli avevo regalato in Italia, ci costrinse a bere un bicchiere prima ancora di presentarci la moglie. Perché ci spiegò nuovamente: “In Abkasia mangiano yogurt, bevono vino fragolino, fanno sempre l'amore e vivono cento e più anni”. A dire il vero il “fragolino” ci sembrò un po' aspro ma il calore dell'accoglienza era così sincero che lo definimmo squisito. Apparve poi sorridente come per magia la stupenda Natascia che altrettanto magicamente scomparve subito dopo le cerimonie di rito. Evgenij volle che ci sedessimo a tavola ed a nulla valsero le nostre proteste compreso il fatto che avevamo già cenato: “Ospitalità russa”. A me toccò la sua poltrona a capotavola, il posto d'onore: e qui accadde il fattaccio. A tavola tutti gli stessi piatti della cena dell'ultimo dell'anno, mancava solo il piatto forte che venne così presentato: “Ora per voi specialità russa, cuore di gallo, coglioni di gallo, grande piatto”. Compresi un po' in ritardo, avrei dovuto comprenderlo subito dall'odore che permeava la stanza, che si trattava di interiora. Un cibo che non sono mai riuscito a mangiare. Mentre Evgenij passava in cucina a prendere i piatti chiesi a bassa voce ad Enzo ed Alberto se avessero qualche difficoltà a mangiare la zuppa di interiora. Il rassicurante: “nessuna”, mi confortò non poco. E ci furono scodellati i piatti di metallo, fumanti, accompagnati da entusiastici commenti. Speravo di farla franca rimestando nel piatto con il cucchiaio, quando un perentorio: “Tu non mangiii ?” mi precipitò nell' imbarazzo più profondo. Balbettai, tentai di spiegare, niente da fare, ricorsi persino al conflitto edipico. Il piatto mi fu involato ed il contenuto rovesciato nel suo. Il commento grande e poetico, una sublime sintesi, una sola parola affettuosamente sincera che non dimenticherò mai, pur continuando a non cibarmi di interiora: “Stupiido”. Era la notte incantata del primo gennaio 1988 a Mosca.
Alberto Berardi


 
 
 
 
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