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Il prete innamorato


Nel numero di marzo abbiamo pubblicato un articolo di Rita Cesaretti Fusco sul caso di don Sante Sguotti, il parroco veneto innamorato di una giovane madre. L'autrice invitava altri lettori dello Specchio ad esprimere la loro opinione in proposito. Riportiamo alcuni interventi.

Fragilità e arroganza
Cara signora Cesaretti Fusco,
idealmente la penso esattamente come lei. Tuttavia il mio lungo tempo vissuto, anche professionalmente, a contatto confidenziale di tante persone mi ha fatto comprendere che tutti noi esseri umani apparteniamo alla categoria più fragile che al mondo esista: fisicamente e spiritualmente. Nel primo caso basta inciampare, battere la testa, e siamo morti. Nell'altro possiamo essere vittime di sentimenti (amore-odio), di consapevolezze che nel tempo possono sfaldarsi, di memoria dissolvente o assente addirittura.
E' vero che per molti ragazzi il Seminario era proposto dai genitori ma è anche vero che molti ragazzini, figli di famiglie devote, semplici e non complicate come oggi, consideravano il sacerdozio un vero e santo privilegio del bene e per il bene, in assoluto. Comunque sia, prima di raggiungere la missione sacerdotale, sempre è stata concessa al postulante insicuro e insofferente alle regole richieste la libertà di risoluzione. E un sacerdote non è più un ragazzino ma ha l'età della ragione. Ammetto certo la fragilità umana ma non giustifico nemmeno in minima parte la tracotanza. Prima di cedere alla liquefazione del cuore e del richiamo sessuale di fronte ad una donna che in più aveva famiglia, perché il sig. Sante non ha chiesto al vescovo il trasferimento motivandolo con la verità? Quand'anche fosse concesso al sacerdote un futuro matrimoniale, e ciò non è, mi pare che “rubare” una madre ad altri figli non sia un effetto della carità cristiana. E mi domando cosa si sarà detto il Signore quando, all'elevazione della Messa, era obbligato a guardare in faccia quest'uomo in attesa di diventare padre; e cosa dirà tuttora difronte all'arroganza di chi si tiene donna e figlio e vuol fare anche il sacerdote a pieno titolo!
Sappia, quest'uomo, che oggi abbiamo tutti tante difficoltà proprio perché non vengono sempre rispettate le regole, e ciò rende la vita difficile. Se anche i Carabinieri decidessero di non rispettare le regole loro, tanto per fare un esempio, il caos regnerebbe assoluto.
Mi è capitato di parlare con un professore di Diritto il quale mi disse, in treno, che tutti i valori erano per lui finiti in cantina e che la nostra identità umana si era trasformata in identità di fantascienza umanoide. Lì per lì ho sorriso. Adesso non rido più.

Anna Mici

Il rispetto delle regole
Vorrei rispondere alla domanda fatta dalla signora Rita Cesaretti Fusco, che leggo sempre volentieri su “Lo Specchio”, riferita al prete innamorato. Anzitutto – pensi la fatalità delle cose – essendo andata a Monterosso per una cura di fanghi, ho conosciuto quel sacerdote: in un tempo – credo – nel quale non era turbato da nessun sentimento se non quello di essere prete.
Io penso che quando una persona sceglie e adotta uno stile di vita con delle regole ben precise e delineate deve metterle in pratica; e quelle di un sacerdote sono scelte che esigono la castità, l'amore per il prossimo, per la comunità che deve amministrare, verso la quale deve essere di esempio, facendo sicuramente dei sacrifici fisici ma mantenendo fede alla promessa e alla scelta fatta. Se poi la vita o la fatalità o ancora la fragilità dell'uomo lo portano a trasgredire facendo delle scelte diverse che contrastano e non possono essere accettate dalla Chiesa, il prete in causa deve saper scegliere. Potrà essere un buon padre, potrà professare la sua fede, potrà essere osservante ma dovrà essere o padre e marito, o prete. Quando poi da una relazione sono nati anche dei figli, allora mi sembra proprio che non ci siano dubbi. Non siamo più nel Medio Evo e non aggiungo altro. La nostra religione contempla che i suoi ministri siano scapoli e chi sceglie lo sa fin dall'inizio. Senza condannare nessuno, bisogna allora saper rinunciare a ciò che non è più compatibile con la scelta fatta vestendo un abito talare ma soprattutto investendosi del sacramento dell'Ordine sacerdotale che è sacro. E' molto diversa la situazione di chi sceglie di essere moglie; poi magari diventando madre trascura un po' il marito, perché è sempre lo stesso genere di amore che si dà, spezzettato, distribuito ai vari componenti della famiglia e a volte si trova posto anche per donare amore agli altri, a coloro che soffrono. Il matrimonio è fatto per quello. E' un'unione fatta con amore per dare amore. L'Ordine sacerdotale è un'unione con Dio con delle clausole ben precise da osservare.

Noris Cametti Ponzana

E' meglio sposarsi

In merito alla lettera pubblicata sullo Specchio, relativa al “prete innamorato” di Monterosso (Padova) vorrei fare alcune considerazioni. I preti, intanto – per quanto mi consta – non emettono voti, come fanno invece nella “professione solenne” i monaci e i frati. I sacerdoti diocesani non fanno quindi né il voto di castità, né il voto di povertà. Fino al 1050 circa, i preti cattolici delle pievi di campagna si sposavano, ma poiché “davano scandalo” con alcune loro condotte simoniache (per mantenere la famiglia!), con la predicazione di S. Pier Damiani e con la riforma di Gregorio VII, venne imposto il celibato (che è altra cosa ovviamente dal voto di castità). Fino ad alcuni secoli prima anche parte dei preti di città era sposata. Quindi il matrimonio dei preti cattolici non è per niente un argomento scandalistico, ma una realtà per più di mille anni.
Il matrimonio dei “sacerdoti” è accettato non solo in altre confessioni religiose (musulmani, buddisti), ma anche nella Chiesa cristiana ortodossa (da sempre) e protestante (dalla fine del 1400); inoltre i preti cattolici di rito orientale si sposano e, per quanto riguarda i preti anglicani o ortodossi che si riuniscono alla Chiesa cattolica, questi non mandano di certo via le mogli. Solo i monaci (che non a caso significa “da solo”) ortodossi o buddisti, se vogliono, possono impegnarsi alla castità, come condizione di superiore perfezione spirituale. In pratica attualmente solo nella Chiesa cattolica il matrimonio è rifiutato dalle autorità religiose, anche se pare non siano pochi i sacerdoti cattolici dei Paesi più lontani geograficamente da Roma che vivono “more uxorio”.
Secondo me un uomo felicemente sposato è molto più equilibrato a livello affettivo e conosce direttamente i problemi della vita a due e dell'essere genitori. Può fare così molto meglio il prete. Se è veramente motivato, anche se sposato, non ridurrà mai la sua missione a un mestiere per mantenersi e mantenere la famiglia. Certo che ai parroci “con prole” andrebbe assicurato uno stipendio idoneo e un'abitazione, in cambio del servizio che fanno alla comunità. La solitudine che oggi attanaglia in molti casi i preti delle parrocchie isolate, e ancora di più la vita affettiva sacrificata e innaturale di tutti preti, è forse la principale causa dei seminari vuoti. Il matrimonio dei sacerdoti dovrebbe quindi, a mio parere, essere lasciato alla libera scelta dei singoli, senza troppo scandalizzarsi se un prete s'innamora e ha un figlio. Si eviterebbero quelle brutte commedie del prete di Monterosso (che prima nega di avere un figlio poi lo riconosce) o del vescovo nero Milingo. Personalmente spero che celibato dei preti e le donne non ammesse al sacerdozio saranno, nel giro di alcuni decenni, fatti risibili come lo sono ormai i papi-re o l'indice dei libri proibiti.

Valeria Alberini

Che dice il Vangelo?

Il caso del prete di Monterosso riportato sullo Specchio di marzo dalla signora Rita Cesaretti Fusco, ripropone la tanto dibattuta controversia sul celibato nella Chiesa cattolica, una delle principali sfide che si presentano al sacerdozio. Più di qualsiasi altra religione della cristianità, è diventato ormai da secoli una caratteristica del cattolicesimo. Mai come oggi, comunque, un numero considerevole di preti mette in discussione questa legge canonica. Negli ultimi decenni, molti studi hanno concluso che il celibato obbligatorio richiesto dai sacerdoti cattolici dal XII secolo, è alla radice dei problemi attuali della Chiesa. Proprio perché, come scrive il sociologo Richard Schoenherr: “il pieno peso della storia e della trasformazione sociale è contrario al concetto di ammettere al sacerdozio cattolico solo i celibi”. Nel suo libro “I vicari di Cristo” Peter de Rosa scrive: “Agli occhi di alcuni storici, il celibato ecclesiastico ha probabilmente provocato più danni alla morale di qualsiasi altra istituzione dell'Occidente, prostituzione compresa… E' stato molto spesso una macchia sul nome del Cristianesimo”. Lo stesso papa Giovanni Paolo II, occupandosi degli abusi sessuali compiuti dai preti, dichiarò sull'Osservatore Romano che “lo scandalo destato dai membri del clero è stato fonte di grande sofferenza per la Chiesa”. Per questo molti pensano che abolire il celibato obbligatorio dei sacerdoti potrebbe contribuire sia a ridurre gli scandali legati agli abusi sessuali che a risolvere la scarsità dei sacerdoti.
Ma su quale fondamento poggia questa proibizione? Qual è il punto di vista scritturale, quello cioè della Bibbia  o più specificamente quello dei vangeli e delle lettere apostoliche? Nel Vecchio e Nuovo Testamento il matrimonio è considerato un dono di Dio, santo e puro. L'apostolo Pietro e altri esponenti della Chiesa cristiana primitiva erano sposati. Le direttive date da S. Paolo riguardo alla nomina di vescovi lo rendono chiaro. Tra l'altro egli scrive che il vescovo doveva essere “marito di una sola donna”. Un'opera di consultazione conclude che “nessun passo del Nuovo Testamento può essere inteso come una proibizione del matrimonio del clero sotto la legge del Vangelo”. La Chiesa non ha mai smentito questo fatto. Papa Paolo VI nella sua Enciclica del 1967 (Sacerdotalis Caelibatus), pur ribadendo l'esigenza del celibato ecclesiastico, ammise che “il Nuovo Testamento, nel quale è conservata la dottrina di Cristo e degli Apostoli, non esige il celibato  dei ministri sacri (...) Gesù stesso non ha posto questa pregiudiziale nella scelta dei Dodici, come anche gli apostoli per coloro i quali venivano preposti alle prime comunità cristiane”. Come si arrivò dunque al celibato obbligatorio? Nei primi tre secoli dopo Cristo “c'erano sia ministri sposati che non sposati”, spiega lo scrittore David Rice, un domenicano che abbandonò il sacerdozio per sposarsi. “Nel IV secolo, la Chiesa vietava a un sacerdote sposato di avere rapporti sessuali la notte prima di celebrare l'eucaristia. Quando la Chiesa introdusse l'eucaristia quotidiana, ai sacerdoti fu vietato completamente di sposarsi. I frutti del celibato obbligatorio – osserva Rice – sono migliaia di uomini che hanno una doppia vita, migliaia di donne la cui vita è distrutta, migliaia di figli respinti da padri sacerdoti ordinati”. Eppure San Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, aveva dato questo saggio consiglio: “…per il pericolo dell'incontinenza, ciascuno abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito. Se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere”. Se fossero osservati questi principi scritturali potrebbero essere evitate, come scrive un periodico cattolico, “azioni legali per l'accertamento della paternità, maggiore attività omosessuale e i tanti processi per pedofilia, il più odioso dei crimini”.
Il prete di Monterosso può quindi disporre di molte armi con cui combattere la sua battaglia: la voce di storici, di sociologi, di papi, ma soprattutto di apostoli ispirati, cioè della stessa Parola di Dio. Ma la sua sconfitta è comunque certa. Se non si rassegnerà a lasciare la giovane parrocchiana con figlio, si vedrà costretto ad ammainare la bandiera della libertà da una legge iniqua e gettare la tonaca alle ortiche.

Vittorio Boiani


 
 
 
 
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