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Aprile 2007 / Opinioni e Commenti
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Pillole di storia: La guerra degli sconfitti

Il tenente Hiroo Onoda durante la guerra (in alto) e oggi (al centro)

Esce finalmente nelle sale cinematografiche italiane un film emblematico, difficile ed emozionante, di un regista coraggioso e poliedrico, sempre rifiutato alla Mostra di Venezia che ne aveva decretato, un po' frettolosamente, la fine assegnandogli già un Leone d'Oro alla carriera. Clint Eastwood ha firmato ora quello che a me sembra la sua opera migliore, perché pone per la prima volta la cinematografia americana dalla parte dei vinti e questo rappresenta il segnale forte che qualcosa, a livello psicologico nel popolo della superpotenza mondiale, sta cambiando o è già cambiato. Presentato fuori concorso al festival di Berlino,”Lettere da Iwo Jima” racconta la più cruenta battaglia combattuta dagli americani nella Seconda guerra mondiale, ma vista dalla parte giapponese. Non era nella tradizione nordamericana concedere “l'onore delle armi” ai vinti, men che mai ai giapponesi, per quanto valorosi, perché sempre considerati più fuorilegge che nemici. Poi sono comparsi gli uomini della guerra infinita, quei soldati ritrovati nelle giungle filippine dove avevano continuato la guerra ben oltre il 1945, fedeli alle consegne ricevute ed al loro concetto, quasi mistico o religioso, dell'onore militare; e anche noi, anche gli americani, abbiamo provato simpatia per quegli uomini fuori del tempo, che il mondo aveva sorpassato e quasi rifiutato.
Il celeberrimo tenente Hiroo Onoda, addestrato a combattere e resistere ad oltranza, ventitreenne al momento della fine della guerra, non volle mai credere ai messaggi che annunciavano la resa del Giappone e continuò a combattere alla macchia nelle Filippine, perdendo i due soldati che lo avevano seguito rispettivamente nel 1954 e nel 1972. Convinto alla resa solamente dalla presenza fisica di un suo superiore gerarchico, appositamente fatto giungere nell'isola, il 9 marzo 1974 depose le armi ed accettò di rientrare in Giappone, dove fu accolto da una folla strabocchevole che gli diede il bentornato in una Patria che lo considerava un vero eroe. Il caporale Shoichi Yokoi era di stanza a Guam quando l'isola fu conquistata dai marines americani e si rifugiò in un tunnel lungo tre metri, in cui visse per ben 28 anni finché non fu scoperto da alcuni giornalisti, richiamati dalle segnalazioni dei contadini locali. Essi lo trovarono con scarpe ben fatte e vestiti ben cuciti, retaggio del suo precedente mestiere di sarto. Rientrato in Patria, fu accolto con rispetto ma considerato quasi un codardo, per essere semplicemente sopravvissuto in attesa della fine della sua guerra. E' morto nel 1997 ma sembra che almeno altri due o tre soldati, oggi ultraottantenni, siano ancora vivi nelle foreste di Mindanao. Funzionari dell'ambasciata giapponese sono stati dislocati a General Santos per riconoscerli ma i vecchi soldati non si sono ancora fatti vedere.
Anche noi abbiamo di che ricordare, precisamente un marinaio della nostra Regia Marina, un sommergibilista dal marchigiano nome di Raffaello Sanzio, anche se in realtà era pugliese. Partito nel luglio 1943 da Bordeaux a bordo del sommergibile “Cappellini” diretto in estremo oriente con un carico di chinino e mercurio, destinato all'alleato giapponese in cambio di gomma, stagno e metalli rari, giunse nel porto di Singapore e qui fu sorpreso dall'armistizio. Fatto prigioniero dai giapponesi, decise di continuare a combattere a fianco dei tedeschi, quelli che erano stati suoi compagni ed alleati per tre anni di guerra. Arresasi la Germania, rimase sempre sul “Cappellini”, passato sotto bandiera giapponese con equipaggio misto italo-nipponico fino alla resa anche del Giappone il 1° settembre 1945. Fu preso prigioniero e considerato un traditore dagli americani ma egli, come ebbe a dichiarare ad un noto giornalista italiano che lo incontrò nel 1986, ritenne di avere sempre fatto il proprio dovere, “conformemente ai principi di lealtà ed onore militare che mi avevano insegnato in Marina”. Oggi vive sotto il nome di Raffaello Kobayashi, il cognome della donna giapponese che ha sposato, privato del grado e della pensione italiani ma col grado e la pensione che gli sono riconosciuti dal governo giapponese. Anche egli fa parte della guerra degli sconfitti, quella che ora Clint Eastwood ha il coraggio di mostrarci, con giapponesi coraggiosi e codardi, ad Iwo Jima al comando del generale Kuribayashi, magnifico soldato come il suo aiutante, barone Nishi (gli sportivi dovrebbero ricordarlo come vincitore della medaglia d'oro di equitazione alle Olimpiadi di Berlino in sella ad un cavallo italiano). Credo che questo film segni la vera firma della pace col Giappone e, con essa, la fine della Seconda guerra mondiale. 

Paolo Pagnottella

 


 
 
 
 
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