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Aprile 2007 / Opinioni e Commenti
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Angelo Bagnasco, presidente della CEI


Nel numero di dicembre 2002 abbiamo pubblicato su questo giornale il “ritratto” dell'arcivescovo di Pesaro Angelo Bagnasco, poi raccolto nel libro “Personaggi allo Specchio”. L'articolo era intitolato “Da Genova, verso la porpora”: ma quel titolo non gli era piaciuto, forse perché lo considerava poco rispettoso verso i fedeli del gregge pesarese. Poco dopo mons. Bagnasco è diventato Ordinario militare per l'Italia (col grado di generale di Corpo d'armata) e successivamente arcivescovo di Genova. La porpora non tarderà molto.
In occasione della sua recente nomina a presidente della Conferenza Episcopale Italiana (succedendo al cardinale Camillo Ruini), riproduciamo alcuni passi di quel lungo articolo.

(...) Questo “enfant prodige” della Curia genovese è stato un collaboratore apprezzato di tre cardinali: Siri, Canestri e Tettamanzi (il primo non è mai diventato Papa perché entrava sempre troppo giovane in Conclave; la battuta che circolava in Vaticano era: “Non possiamo eleggere Siri perché non sarebbe un Padre Santo ma un Padre Eterno…”). Quasi certamente è stato il cardinale Tettamanzi a proporre la sua candidatura alla Nunziatura Apostolica: l'ambasciata della Santa Sede in Italia, cui spettano queste decisioni. Quando, un sabato pomeriggio di dicembre, gli comunica in via riservata la nomina a vescovo di Pesaro, Angelo corre a rifugiarsi sulla tomba della madre con un lungo pianto liberatorio che gli permette di tranquillizzarsi e di accettare il peso delle responsabilità che lo attendono.

(...) Incontro Mons. Angelo Bagnasco nel suo ufficio di Via Rossini, accanto alla piccola cappella privata. E' un uomo dagli occhi attenti, di corporatura media ma non minuta, con un metro e settanta di altezza per 64 chili di peso: un fisico del tutto adeguato per un sacerdote, ma poco adatto per giocare a pallavolo, lo sport che praticava da studente e l'unico che lo interessa. Mostra una cortesia misurata ma non formale e conversa con una impeccabile chiarezza espositiva che gli deriva dalla lunga consuetudine di insegnamento e di mediazione ecclesiale. Mi sorprendo a pensare che avrei qualche difficoltà a confessarmi con questo vescovo manager: non perché dubiti del suo perdono ma per paura del suo giudizio.
L'ordine perfetto dell'ambiente è quasi la metafora di uno stile di rigore e di efficienza. Con grande disponibilità comincia a raccontarmi i fatti essenziali di una vita lineare, segnata da una precoce vocazione: la fanciullezza in un quartiere popolare del centro di Genova negli anni austeri del dopoguerra, il papà operaio in una fabbrica di pasticceria, la mamma casalinga, la sorella maggiore poi felicemente sposa e madre. Dopo la terza media annuncia per la prima volta alla famiglia la sua volontà di entrare in seminario: un'idea covata silenziosamente fin dalle scuole elementari. I familiari avevano previsto per lui la continuazione degli studi fino al diploma di ragioniere: ma tutto sommato, dopo un po' di perplessità, accettano di buon grado questo cambio di direzione scolastica ed esistenziale. Segue l'iter tradizionale degli studi in seminario fino alla laurea in Teologia, poi il primo segno: il suo vescovo decide di mandarlo all'Università statale per laurearsi anche in Filosofia. Cerco di immaginare questo pretino, col clergyman nuovo, in pieno '68, sui banchi di una delle Università più turbolente d'Italia; accanto a studenti che a volte proseguono le lezioni in birreria quando vengono cacciati dalle aule per lasciare il posto ai dibattiti politici e a qualche scontro fisico con i docenti. Comunque si laurea con una tesi sul filosofo francese  Paul Ricoeur (evangelico protestante); e comincia subito dopo la sua onesta carriera di vice parroco della chiesa di Santa Teresa ad Albaro, elegante quartiere residenziale di Genova. Ma non deve passare molto tempo in parrocchia, visto che i suoi cardinali continuano ad assegnargli incarichi sempre più delicati: prima come insegnante di Filosofia teoretica in seminario, poi come direttore degli uffici di Curia per la catechesi e la scuola con coordinamento di sette diocesi, infine come responsabile dell'Istituto superiore di scienze religiose per la formazione degli insegnanti laici di religione dopo la revisione del Concordato. Così si è ritrovato vescovo senza essere mai stato parroco.

(...) L'Europa non può dimenticare le sue origini culturali che sono alla base della sua identità di popolo, altrimenti perde il tessuto connettivo dei suoi valori comuni, il suo “ethos”. Rinunciare a questi valori, o annacquare la simbologia cristiana, significa annacquare l'identità europea e occidentale. Le stesse leggi dello Stato, se non esprimono un sentire comune, perdono di incisività e di significato.
Verso la fine del colloquio fa un accenno (dal tono vagamente allarmante) ad alcuni “poteri occulti” del mondo che temono la funzione critica della Chiesa cattolica nel valutare istituzioni, eventi, situazioni. Polemizza inoltre con una risoluzione del Parlamento europeo in cui si dichiara che “le credenze religiose appartengono alla sfera privata degli individui”, e che considera di fatto la religione come una minaccia alla laicità dello Stato: dimenticando che alla radice della cultura e della civiltà europea c'è la tradizione cristiana. Percepisco uno stile da grande diplomazia vaticana, un linguaggio da statista e forse da Pontefice. Approfitto della situazione e cerco di strappargli una promessa: quella di concedere allo Specchio la prima intervista quando, un giorno, diventerà Papa. Ride di gusto, ma non si sbilancia: forse preferisce concedere l'esclusiva all'Osservatore Romano.

A.A.

 


 
 
 
 
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