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Aprile 2007 / Lettere e Arti
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La lapide del San Domenico a Fano

Tra le meraviglie che il restauro della Chiesa di San Domenico, posto in atto con grande impegno dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, è riuscito a far riemergere da secoli di disattenzione, non può e non deve passare sotto silenzio la lapide sepolcrale che ricorda Ugolino e Pietro della nobile famiglia De Pili oggi estinta. La lapide collocata nella parete del Coro, a destra di chi entra, è lunga 201 centimetri, alta 24 centimetri: l'iscrizione è di 14 righe divisa in due gruppi di sette righe , con lettere alte in media 2 centimetri.
Di essa hanno scritto il canonico Celestino Masetti in un opuscolo senza data, oggi introvabile : “Versione e illustrazione di un antico epitaffio in versi leonini esistente in Fano nella Chiesa di San Domenico”; e Guido Berardi in un articolo apparso sulla Rivista Studia Picena del 1942. Il breve articolo rappresenta il tentativo di dare una interpretazione-traduzione del testo che lo stesso Guido Berardi definisce difficile “per la difficoltà dei versi leonini e per il barbaro e strano latino, senza contare i vari errori del lapicida: C invece di E, iuget per luget ecc.” ed è arricchito dall'immagine della lapide. Eccola tradotta: “Cultore di medicina di cui, finché ebbe alito di vita, nessuno fu più eccellente nell'esporre le dottrine mediche, esimio e solerte artista Ugolino generò Pietro splendente di meravigliosa bellezza il cui collo fu sottoposto al giogo della virtù. Essendo lui un atleta della legge subito tacquero tutti i profondi conoscitori di diritto patrio.  Quando egli parla, sotto l'influsso di un astro, la melodia della parola diletta ogni udito, ma prostrato dallo strale della parca, il portiere divino ne riceve l'anima nella rocca superna l'anno 1375 dalla nascita del Signore il mercoledì 21 febbraio data nefanda. Una pietra ne copre l'ossa, mentre la fama, che sarà di lui privata, piange”.
Lo stile enfatico è tipico di una lapide sepolcrale ma oggi l'attenzione degli studios più che sulla biografia dei De Pili, (di Ugolino nulla sappiamo e di Pietro soltanto che fu inviato in Ancona  il 3 aprile 1361 per rappresentare il Comune di Fano ad un Parlamento indetto dal Cardinale Albornoz e che fu testimone “al contratto di compra di Borgo San Sepolcro fatto da Galeotto Pandolfo Malatesti Signore di Fano”) è attratta dalle tre decorazioni presenti sulla lapide. Quella centrale che raffigura lo stemma della famiglia De Pili: “Una ruota da carro accompagnata da tre rose poste una per lato alla ruota ed una in punta” e quelle ai lati. E quelle laterali in cui sono raffigurate, scrive sempre Guido Berardi: “a destra una faccia umana con barbetta a due punte ed un berretto a spicchi che mi sembra rappresenti il medico Ugolino ed a sinistra una testa di volpe con un berretto a squame che forse rappresenta l'astuzia del giurista Pietro”.
Singolare interpretazione di due immagini che definire “misteriose” non è affatto improprio: come sono sempre misteriose le cose alla quali non riusciamo a dare una spiegazione razionale. Cosa ha a che fare infatti con Fano e con la famiglia De Pili nel 1375, data della morte del giurista Pietro e presumibilmente dell'apposizione della lapide, un mongolo (perché la faccia che appare a destra della lapide è inequivocabilmente quella di un mongolo) e quale può essere la spiegazione dell'immagine di un animale “con un berretto a squame” collocato a sinistra. Da quale documento sono state tratte le immagini? E' possibile che la nostra piccola città nel corso del 1300 avesse rapporti con un mondo così lontano e praticamente inesplorato ? E perché fu appaiato un volto pur sempre umano a quello di un animale umanizzato con l'apposizione di un copricapo?
Il lodevole restauro di San Domenico sarà terminato dalla Fondazione Cassa di Risparmio entro l'estate del prossimo anno ma è presumibile che il mistero continuerà ad aleggiare ancora sulla lapide e sugli affreschi quattrocenteschi apparsi come per miracolo sulle pareti di una Chiesa da troppo tempo abbandonata alle ingiurie del tempo e – fatto ancora più grave – all' ignoranza ed alla cupidigia degli uomini. Un luogo sacro in cui sono racchiuse le radici culturali, storiche e morali della comunità come la tomba di Jacopo del Cassero, funzionario integerrimo, il cui brutale assassinio fu eternato da Dante nella Divina Commedia. Di qui la sfida a fare luce rivolta a tutti gli studiosi, in particolare ai giovani ai quali è passato il testimone e l'onere della ricerca.

Alberto Berardi

 


 
 
 
 
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