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Aprile 2007 / Lettere e Arti
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Visti da vicino: Emanuele Luzzati


Qualcuno ha avuto il coraggio di affermare che a Fano nessuno si è ricordato di Emanuele Luzzati nel momento della sua morte. Curioso che a dirlo sia stato chi a suo tempo fece una battaglia contro l'intervento di personalità “straniere” al Carnevale di Fano, fossero pure dei Premi Nobel come Dario Fo: autore di un favoloso manifesto e di un rilancio del Carnevale ormai in stato comatoso, barbaramente sostituito, con grande vantaggio per la cultura, da altre “straniere” prestigiosissime come le sorelle Lecciso e non meglio precisate “veline”. In verità a ricordare il suo stupendo manifesto per molte annate del Carnevale di Fano siamo stati in tanti. Ma al contrario di altri noi abbiamo avuto il piacere di ricordare anche le sue scenografie al Rossini Opera Festival, da quella per “Il Turco in Italia” del 1983 a quella per “La Scala di Seta”; senza dimenticare che con Lele Luzzati abbiamo lavorato nei nostri anni giovanili quando appena laureati, prima che il ‘68 spazzasse via tutto, assieme ad un gruppo di docenti, registi ed attori che si chiamavano Luciano Codignola, Mario Missiroli, Franco Molè, Mario Bussolino, undici studenti parteciparono ad un esperimento denominato “Teatro Scuola”. Lo scenografo, già allora notissimo, era appunto Lele Luzzati che visse insieme a noi, lavorò insieme a noi e ci insegnò, con l'azione e non soltanto con le parole, tutto quello che oggi sappiamo di scenografia. Alcuni tra quei giovani scelsero il teatro come vita: a cominciare da Anita Bartolucci apprezzata attrice a Claudio Governatori autore di testi; da Angelo Guidi, recentemente scomparso, attore e regista a Giovanni Battista Novello Paglianti docente universitario di Storia del Teatro; da Franco Scatasta musicista e liutaio a Paolo Viola autore di teatro ed attore. E nessuno di essi ha mai, dico mai, scordato Lele Luzzati soltanto al quale spettava l'appellativo di riferimento era “Maestro”. Era l'estate del 1966, lui aveva 44 anni e noi eravamo tanto giovani. Agli studenti venne corrisposta una borsa di studio per coprire le spese di vitto ed alloggio ai Collegi universitari, ai docenti l'Università offriva soltanto un rimborso spese. Una inversione singolare perchè gli studenti dilettanti venivano trattati da professionisti ed i professionisti da studenti. Furono anche per questo tre settimane incantate, mai più nella mia vita ho vissuto così intensamente il Gruppo, sciogliendomi letteralmente in esso. Vivemmo, pur nei limiti delle circostanze, in una “comune”. In tre settimane, il primo anno allestimmo due spettacoli nel cinema urbinate “Nuova Luce”: “La famiglia” di Robert Wilcock, vietato poco prima al Festival di Spoleto, e  “La Cantatrice calva” di Eugene Ionesco; e il secondo anno “A proposito della Mandragola”, nostra elaborazione.
Il denaro per le scenografie era minimo ma Luzzati non si perse d'animo: quattro grandi bidoni d'acciaio furono fatti rotolare fino al palcoscenico e dipinti di un bianco accecante. Con l'aggiunta di pochi altri elementi trovati per caso venne fuori una scena che a ricordarla mi commuovo ancora. Io stesso rischiai di recitare nella parte del pompiere della “Cantatrice” ma volutamente sbagliai la prova finale determinando la mia esclusione. Luzzati ci raccontò allora che aveva imparato a fare di necessità virtù e a dare nuova vita alle cose mescolandole tra loro e sopratutto a creare sotto l'assillo dell' andata in scena. La responsabilità di questo suo modo di procedere l'attribuiva a Franco Enriquez che nel 1960 a Venezia decise di introdurre all'ultimo momento altri personaggi nell'allestimento de “La Barraca” ed alle sue proteste aveva risposto: “Arrangiati, non me ne frega niente, vestili come vuoi”. In seguito si “arrangiò” così bene da diventare un punto di riferimento obbligato per tutti coloro che fanno teatro senza essere un mostro sacro e quindi abituati a lavorare con le proprie mani e con pochi soldi.
Ma diciamocelo, a salvare il teatro che oggi sta vivendo una nuova vita sono stati gli uomini come Lele Luzzati, nato a Genova nel lontano 1921 ed a Genova scomparso 85 anni dopo. Di lui mi piace ricordare quanto scrisse Giorgio Strehler: “Di fronte alle scenografie di Luzzati si ha quasi sempre l'impressione di finire mani e piedi dentro un sogno”; e riflettere sul fatto che anche io, collaborando con lui, ho portato il mio brandello di nuvola al suo grande Sogno, tutto ebraico, di Libertà e di Pace.

Alberto Berardi

 


 
 
 
 
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