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Racconto: Quello che conta

Al centro di Piazza Venti Settembre c'è una stella.
Al centro di ogni piazza c'è sempre qualcosa: un lampione, un mosaico, un tombino… se non c'è niente allora non è il centro della piazza, o quella non è una piazza.
Nessuno si arrischia a camminare sopra la stella di Piazza XX Settembre. “Porta sfurtuna!” si diceva una volta; “Porta sfiga” dicono oggi i giovani (anche i più timorati di Dio), i quali non si fanno pena di utilizzare un termine che si rifà ad una innominabile zona anatomica. Forse dicono così anche gli ecclesiastici meno anziani, magari in privato. Chi può negarlo?
Una volta, nei primi mesi del ‘56, un tale aveva preso l'abitudine, verso le cinque del pomeriggio, di fermarsi proprio al centro della stella. Dopo esserci arrivato con andatura un po' incerta, ci rimaneva una decina di minuti, curiosamente con il naso in aria e gli occhi attenti come per cogliere un passaggio, o un evento straordinario, o non si sa bene cos'altro. Poi, con la stessa strana andatura, se ne andava, scomparendo inghiottito da Via De' Cuppis.
I pochi uomini seduti sulle sedie di legno antistanti il Bar Trattoria Rossini, presero ad osservarlo. L'aria di aprile li invogliava ad indugiare più a lungo fuori di casa, dopo un inverno che, per sua inclemenza, aveva decimato le scorte di legna da ardere. Un bicchiere di vino bianco presenziava davanti ad ognuno, silenzioso e puntuale proprio come quel tale, fermo al centro della stella in Piazza XX Settembre.
Mo chi è c'lù?”
E chi l'ha mai vist?” rispose un altro, senza staccare lo sguardo attento ed indagatore da ex vetturino.
Per me en è manca de Fan” azzardò un terzo, magro come uno spillo per una vecchia ulcera duodenale che, proprio in quel periodo, gli faceva vedere i sorci verdi, ma non tanto da distoglierlo dal bicchiere di vino.
Prò è curiòs: ogni giorn a st'ora va malì e guarda  a pr'aria. Te vedi niente?”
“No: c'è qualca nuvola mo me par nurmal per essa april, en ce sarìa manca da perd'ce el temp!”
“C'è casi anca ch'èn guarda, magara sent un udòr… mica è detta c'ha da guardà per forsa!
”. Quest'ultima ipotesi, avanzata dal quarto uomo completamente dinoccolato sulla sedia, ricevette scarso credito.
Lo spettacolo, se così si può definire, terminava quando il tale abbassava lo sguardo e, silenzioso com'era venuto, se ne andava via, per ricomparire, immancabilmente, alla stessa ora del giorno seguente, pioggia o vento che Dio mandasse in terra.
Un pomeriggio come gli altri, vedutolo partire, i quattro si guardarono in faccia interrogandosi.
Mo sarà matt?
Per me” sentenziò uno di loro dopo aver dato un piccolo sorso in uno di quei minuscoli bicchieri da osteria fatti di vetro spesso “quel malì en c'i'ha tutt i venerdì a post”.
Demàn nel sapèt cu fag?”, proruppe il dinoccolato riscuotendo occhiate incuriosite da parte degli amici, “I vag a chieda cu c'i' ha da guardà tant!”, confermando con quell'uscita di essere un tipo molto pratico (anche se poi non trovò il coraggio di abbandonare la sedia per mettere in atto il suo proposito).
Non pochi passanti si fermavano vicino al tale che guardava in alto, e tutti, dopo aver fatto altrettanto, ripartivano scuotendo la testa. Ci fu chi, nientemeno, volle renderne edotta la forza pubblica, nella persona del vigile urbano comandato a controllare il traffico presso l'unico semaforo a tre colori di Fano, quello del Caffè Centrale. Chiamato in causa, questi rispose prontamente che, a suo avviso, “il fatto non costituiva reato”, stupendo tutti per la proprietà di linguaggio o, quantomeno, per il buon senso.
Ben presto la notizia di questa bizzarria fece il giro della città, invitando gruppetti di persone a fare altrettanto: scrutare il cielo alle cinque del pomeriggio nel bel mezzo di Piazza XX Settembre.
E proprio mentre loro guardavano il cielo, lui, che era cieco dalla nascita, avvertendone la presenza, li contava mentalmente.
Li contava tutti.
Quando enumerò il trecentesimo ficcanaso… cambiò piazza.
E città.

Maurizio Lodovichetti

(Tratto dalla raccolta “Ritratti dell'Anima”)



 
 
 
 
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