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Casa per anziani

In una saletta molto accogliente le assistenti hanno accompagnato cinque anziani ricoverati nella struttura che attorno ad un tavolo fanno cerchio con cinque di noi, frequentatrici del corso della Memoria. E' un'esperienza di aiuto organizzata dal Comune. Sul tavolo tanti fogli bianchi che sul retro nascondono una figura che ognuno dovrà estrarre a sorte e raccontare, esprimere ciò che quella foto le ricorda. Comincia una di noi per dare l'esempio e le persone “ospiti” sono molto scettiche, quasi indifferenti. Molte hanno poca memoria, altre non vogliono partecipare, vorrebbero tornare in camera loro, non vogliono mettersi in gioco, non le interessa. Comunque si parte con l'esperienza. Piano piano, come per magia, il discorso si dipana lentamente anche per chi di solito non parla mai di sé e vengono fuori delle storie di vissuto meravigliose. Il ricordo di nonne affettuose che facevano coccole alle nipotine, che le costringevano ad andare alla messa lungo strade polverose, sterrate, riportando come prova l'immaginetta che il prete dava ad ogni presente (“santini” che ora sono scambio per gli appassionati alla Fiera dell'Antiquariato), di tavolate in famiglie composte da quindici o diciotto persone, dove la nonna, la più anziana comandava tutti e aveva la chiave della credenza in tasca. Pochi i vestiti, poche le scarpe, poco di tutto e una domanda nostra che riguardava i “padri”. Dov'erano? Nessuno ne parla o ne parlano poco e solo di una presenza temuta. Infatti i padri al loro tempo avevano il compito di lavorare, portare a casa due soldini, fermarsi all'osteria per due chiacchiere, interessi propri di vita o di politica… E i figli? I figli erano delle mogli. Le quali dovevano educare, insegnare la vita, “dare le dritte”.
Ecco, spontaneamente il confronto con la vita di oggi ci porta a fare tante riflessioni. Persone cresciute con il senso del lavoro, del risparmio, della rettitudine, senza tante coccole, senza tanti giocattoli, senza tanti insegnamenti. Tutto si imparava con l'esempio che si riceveva. Però quelle persone sono diventate adulte, oneste, cercando una sistemazione propria con una certezza, malgrado le carenze affettive e dentro di loro c'era la fiducia nella vita, nel matrimonio. E ora? Dopo una vita di lavoro, una vecchiaia di solitudine dentro al cuore, vivono lontani dalla vita di famiglia e con una spesa enorme non sostenibile da tutti. Non c'è più la famosa sedia accanto alla stufa dove il “reggitore” stava con il suo bastone in mano e ogni tanto raccontava ai piccini della guerra, di quel giorno lontano nel quale una bomba ecc… Neanche la nonna è più lì con la sua pasta fatta in casa, con le sue torte povere fatte con pochi ingredienti… ma con un gusto super! La casa è vuota, tutti lavorano, la casa è piccola, c'è appena lo spazio per chi ci vive. Il nipote ha bisogno dell'angolo studio, il bagno ha la vasca computerizzata per cui ci vuole un esperto per farla funzionare, perché se sbagli bottone anziché uscire dell'acqua senti della musica… Ma siamo molto più soli. Non vediamo da vicino le rughe sul viso dei nonni, le mani con le vene trasparenti, gli occhi che non riescono più a contare le gocce per il cuore e non abbiamo più quegli abbracci che avevamo dai nonni che ci trasmettevano veramente tutto con il contatto. Era quello l'aiuto psicologico che c'era in famiglia, quell'abbraccio che ora non c'è più neanche tra figlio e padre o tra moglie e marito. Così conserviamo l'aura che ci racchiude (come si vede nei cartoni animati) intatta, nessuno la infrange per abbracciarci. Ma che malinconia, che solitudine!

Noris Cametti Ponzana

 


 
 
 
 
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