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Le vacanze a Fiume

Mi sono commosso profondamente nel leggere, nell'ultimo numero dello Specchio, le testimonianze di persone lontane dalle loro case per non soggiacere alla legge di chi poteva impunemente disporre della loro vita. Resta, nel profondo, il senso di orrore per quanto accaduto.
All'inizio degli anni '30 passavo d'estate un mese a Fiume in compagnia dei miei cugini. Fiume era un gioiello di città dove, tra l'altro, avveniva un evento, per me – ma credo non solo per me – inspiegabile: tutte le mattine, alle quattro, i netturbini lavavano le strade con getti d'acqua corrente prelevata dalle bocche antincendio. Io, che provenivo da Ancona, mia città natale, consideravo Fiume appartenente a una civiltà superiore, che so io, come quelle di Babilonia o Atene. Quanto sopra per dirvi che anche mia zia Alma, vedova con quattro figli, fu costretta a lasciare Fiume ed ogni suo avere in tutta fretta e rifugiarsi ad Ancona. Per un po' di tempo la famiglia visse con i proventi di un'edicola di giornali aperta in Via Trento, poi il figlio più grande espatriò, in un primo momento in Argentina; e lei, con il figlio più piccolo, partì per l'Australia dove concluse i suoi giorni.
Tutto questo per dirvi che anch'io ho avuto a che fare con l'esodo degli italiani istriani. Ora i miei cugini vivono ancora a Melbourne con le loro famiglie e hanno condotto due attività completamente diverse: Luigi acquistò un vecchio camion per trasportare materiali e finì col diventare proprietario di un'azienda di trasporti da favola; il più giovane, Enrico, giornalista, è stato dirigente della Radio-Tv italiana di Melbourne ed è spesso richiamato per qualche servizio importante. Gli italiani si sono fatti conoscere ed ammirare per la loro attività lavorativa.
Ma la storia non finisce qui. Esiste un parallelo con la mia vita militare. Dopo un periodo trascorso in Italia, fui destinato al 1° gruppo del 4° Reggimento Artiglieria, divisione “Bergamo”, che agiva in Jugoslavia. Anche in questo fronte subimmo gravi perdite ma non se ne è mai parlato. Sono vivo e me ne rallegro, le combinazioni della vita mi hanno favorito. Trascorsi poi due mesi di convalescenza a casa, nei primi giorni di settembre 1943 ero a Villa Vicentina, deposito del mio Reggimento in attesa di rientrare in batteria. Il 10 settembre il colonnello comandante fece caricare militari, materiale e armi su diversi camion per dirigersi a Merano presso il comando tedesco. Feci salire un gruppo di soldati meridionali su un mezzo e, percorsi pochi chilometri verso nord, finsi un piccolo guasto e invertii il senso di marcia. Inutile il racconto delle peripezie per giungere a Pesaro prima (c'era la mia fidanzata, poi mia moglie) e ad Ancona.
Da Ancona, con i miei, dovetti allontanarmi subito. Il manifesto parlava chiaro: gli ufficiali dovevano presentarsi presso le autorità tedesche o sarebbero stati fucilati. Svolsi qualche attività in provincia di Ascoli Piceno con le Bande Militari del Piceno al comando del capitano Remia.
Concludo: nella logica della guerra, il “nemico” bisogna distruggerlo. Eravamo in Jugoslavia, a casa loro, li bombardavamo tutti i giorni ma ne rimanevano sempre troppi. Quanto è successo dopo ha riferimento con la nostra occupazione? La vendetta è un sentimento latente in ognuno di noi? Grazie a Dio, l'Europa da sessant'anni non conosce questo flagello. Purtroppo ci pensa qualche altro a ricordarcelo.

Enzo Roscio

 


 
 
 
 
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