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Le radici di Pesaro sulla viva pietra


Nessuno dubita del grande fascino che è legato alla conoscenza del tempo passato ed alla scoperta delle radici, se non proprio personali e dei nostri antenati più o meno recenti, almeno quelle legate all'habitat ed alla città in cui viviamo. Pesaro non ci ha tramandato leggende, che sono pur sempre un buon sostituto della storia quando mancano dati certi, e la sua origine più antica fino ad ora è rimasta avvolta nelle nebbia dei secoli, con pochi squarci di conoscenza basati soprattutto sulla toponomastica e su ipotesi. Lungo la costa, all'incirca da Rimini a Pescara, i nomi dei fiumi che come quelli delle montagne sono molto antichi, si presentano con assonanze e residui linguistici che ci riconducono alle antiche parole apsa (o la sua variante ausa) ed aura.
Apsu era l'abisso delle acque dolci degli antichi popoli della Mesopotamia, che circondava la terraferma, e questo nome era facilmente dato ai piccoli corsi d'acqua utilizzati per le provviste dai primi marinai fenici che attraccavano sulle coste. Auras, lett. “tratto di acqua in cui venivano tratte a secco le navi”, era il nome che veniva dato ai corsi d'acqua più importanti e che soprattutto erano adatti ad essere utilizzati come approdo e che finirono con il tempo per dare luogo a città. Scendendo lungo la costa incontriamo appunto tanti torrenti che portano questi nomi, come Ausa, Apsa, Apsella, Aspio, Aso, Uso, ecc.; ma anche due importanti approdi sui quali si sono sviluppate le due città di Pesaro e Pescara. Il nome di entrambe deriva dal termine greco epì auras, che significa “al di sopra dell'approdo” e questo significa che il primo insediamento ha tratto la sua origine dal traffico marittimo dei Fenici prima e dei Greci poi, ed a Pesaro ha lasciato traccia anche nel nome del vicino fiume Metauro (metà auras, cioè “al di là dell'approdo”). 
Il territorio di Pesaro, in località Novilara e S. Nicola in Val Manente ha restituito alcune stele funerarie risalenti al VI-V secolo a. C. che sono importanti per la testimonianza storica e archeologica offerta di quel periodo così poco conosciuto da portare gli studiosi a parlare di una sconosciuta “Civiltà di Novilara”. I nomi di queste località sono antichi ed indicano l'importanza del sito; infatti il primo si collega all'esistenza di un importante insediamento religioso pagano “Nova Ara” e il secondo ci ricorda che la zona era destinata alla sepoltura: infatti Valmanente deriva da vallis manium cioè valle dei defunti.
La prima stele, che possiamo definire Stele navale, esposta nel Museo Oliveriano di Pesaro, molto nota e studiata, mostra una battaglia navale in cui alcune imbarcazioni presentano per la prima volta un timone di tipo moderno. Tale stele, ritrovata nella necropoli di Valmanente, non presenta scritte ma solo figure che raccontano un fatto eclatante ed importante della vita di quelle antiche popolazioni, tanto da dovere essere tramandato ai futuri abitanti dell'antica Isairon (Pesaro).
La seconda stele, che possiamo chiamare Stele Satikot, dal nome che compare scritto sul retro, si trova al Museo Nazionale Preistorico ed Etnografico “L. Pigorini” in Roma e presenta un lato figurato in cui viene raccontata graficamente la storia della vita del defunto. Una nave in arrivo, uomini armati a bordo, la risalita di un ripido corso d'acqua (identificabile nel Fosso Sejore) fino ad un villaggio fortificato, una scena di battaglia che descrive vincitori e vinti ed una differente raffigurazione delle due schiere di combattenti (snelli e magri gli uni, grassi e corpulenti gli altri come se si trattasse di diverse etnie). Sulla scena inferiore sono disegnati i simboli delle divinità pagane, una civetta sopra un ramo d'ulivo per indicare Minerva simbolo della saggezza, un leone che rappresenta la forza e quindi Ercole o Giove ed una foca che simboleggia la sirena e che rappresenta la bellezza/rettitudine e rappresenta Venere o Giunone. L'insieme in pratica descrive gli attributi delle divinità pagane che costituivano le triadi del tempio a cui affida il proprio destino il defunto, che è rappresentato seduto vicino al simbolo del villaggio, al momento della sua morte non più in guerra ma pacificato ed ingrandito rispetto alla situazione precedente alla battaglia riportata sulla scena superiore. Il retro della stele riporta la scritta “pa Satikot kemoteri mamretink” e cioè “il padre Satikot al pescatore grande guerriero” che costituisce la parte della dedica funeraria che rimane ancora leggibile.
La terza stele è un frammento che si presenta in forma di un quarto di cerchio, in mostra nel Museo Oliveriano, che possiamo chiamare Stele Lupes dalla parola che si riesce a leggere e che è un verbo già noto nella lingua etrusca (lupuce significa morì) e che  ha probabilmente lo stesso significato scritto nella lingua della città Isairon.
La quarta stele si trova nel Museo Nazionale di Ancona, che possiamo denominare Stele Tipe Ranthe dal nome che compare nella scritta “Tipe Ranthe raiup baf”, che è facilmente traducibile “Tipe Ranthe, colui che fa strage di bufali” (dal verbo greco raio, che appunto significa “uccidere, fare strage” e dal sostantivo baf che significa “bufali”). La figurazione stessa descrive quello che si traduce dalla scritta e mostra appunto un bovino in atteggiamento aggressivo di fronte al quale un individuo (Tipe Ranthe, il defunto) che punta una lancia contro il bufalo, proteggendosi dietro il corpo del proprio cavallo.
La quinta stele è certamente la più interessante e si presenta in stato di conservazione ottimo, con un lato figurato e l'altro che riporta una scritta completa di dodici righe. Lo stile dei disegni e l'alfabeto utilizzato in tutte queste pietre funerarie è il medesimo, così come le ruote, i denti di lupo, le spirali ed i segni che le abbelliscono, ma anche la simbologia utilizzata per indicare la città (il triangolo) o il re (la croce che indica il  protettore e salvatore). Possiamo denominare questo reperto Stele Merpon, come per le precedenti dal nome che compare nella scritta, che descrive la vita del personaggio e la illustra con disegno. Le prime parole che hanno fornito la chiave interpretativa compaiono nella terza riga “polem Isairon”, che si traduce “città Isairon” intuendosi facilmente che si tratta del vocabolo greco polis seguito dal nome proprio della città che è Pesaro (Isairon=Isauro=epìauron), posta sull'attuale Fiume Foglia. Non è possibile per brevità in questa sede fare un esame delle singole parole, per le quali è possibile comunque fare riferimento nei dettagli della traduzione in cui ogni vocabolo viene è spiegato e tutta la storia ha conferma nella parte disegnata. Riportiamo la traduzione (si tratta di una miscela di antico greco dorico e italico):

“Improvvisamente armati tadinati assaltarono
la città Isairon (Pesaro), allora in parte non fortificata.
Questo assalto ci terrorizzava nascosti tenacemente.
Atterrirono la stessa non fortificata
con lutti. Riempì fino a sera più volte
per coloro il carro. Trattenne così il bottino
il salvatore Merpon. Urlava
ai nostri del contado di portarsi sulla riva
da cui lanciassero tenacemente le armi.
E ci fu l'assalto. Urlarono per terrorizzare. Liberò
La nostra città. A ricordo del salvatore di essa.”

Il testo è perfettamente comprensibile e ci apre un orizzonte sull'antico territorio di Pesaro, dove esisteva una città che si poteva fregiare del titolo di Polis e quindi era  organizzata politicamente, economicamente e militarmente. Come le altre polis essa era guidata ed aveva un punto di riferimento nel personaggio più influente, di solito l'eroe e salvatore che si era legato a qualche impresa importante, ed aveva una vita politica democratica analoga a quella delle città stato greche, importata dai Dori che facevano la spola fra il Peloponneso e la costa italica.

Ferdinando De Rosa

 

 


 
 
 
 
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