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Tartanon pesarese:
un veliero adriatico


E' stato presentato il 26 marzo, al Teatro Sperimentale di Pesaro, il volume “Tartanon pesarese, un veliero adriatico. Costruzione, governo, attività, usi marittimi (secoli XV-XIX)”, a cura di Maria Lucia De Nicolò, docente di Storia del Mediterraneo in età moderna all'Università di Bologna. L'opera, realizzata per iniziativa della Banca di Credito Cooperativo di Gradara, è il frutto di una ricerca laboriosa che dà un ampio contributo alla conoscenza di uomini e vicende della storia marittima di Pesaro. Come ha sottolineato Fausto Caldari, presidente della Banca, “il tartanon pesarese è il segno tangibile di questo protagonismo della marineria di Pesaro in Adriatico, sia sul fronte dei progressi della pesca, sia su quello dello sviluppo mercantile. La nostra Banca, che opera  proprio nel quartiere del porto, è lieta di offrire ai pesaresi  una ricerca su questa realtà e soprattutto sugli uomini che nei secoli passati l'hanno concretizzata facendo del porto di Pesaro uno scalo importante del commercio”.

Con l'espressione “Tartanon pesarese” in una raccolta di acquerelli degli inizi dell'Ottocento raffiguranti i tipi navali che all'epoca si incontravano in Adriatico, si dà nome ad un'imbarcazione con l'albero di maestra attrezzato con grande vela latina  indicandone chiaramente anche l'area di appartenenza, Pesaro. Si tratta di un veliero particolare che di lì a qualche decennio verrà soppiantato, anche nel porto d'origine, da imbarcazioni nuove e più funzionali, quei trabaccoli e pieleghi con velatura al terzo e al quarto che sono sopravvissuti fino all'avvento della motorizzazione. Indipendentemente da ciò il tartanone comunque si mostra carico di un particolare significato culturale per la storia di Pesaro ed è appunto questa  la ragione della scelta  del termine per l'intitolazione del libro.
Pur essendo una città che si affaccia sul mare, Pesaro non nasce come città porto. La stessa natura del sito, la geomorfologia del litorale, caratterizzato da bassi fondali, inficiava questa possibilità. In particolari momenti storici però, per la convergenza di fattori di carattere  demografico, politico, sociale, il porto di Pesaro assurge a ruoli assai attivi nella panoramica dell'economie marittime dell'Adriatico e più in generale del Mediterraneo. Nonostante la sovranità indiscussa della Serenissima su un mare praticamente monopolizzato nella sua frequentazione ed uso, almeno per quanto riguarda la navigazione in Adriatico dal basso medioevo si riesce comunque a documentare a Pesaro la presenza di un ceto mercantile proteso ad inserirsi nel gioco degli scambi marittimi. Il porto si presenta una centrale importante delle comunicazioni e del commercio del medio Adriatico, in direzione sia dell'emporio veneziano, sia degli scali  dell'Istria e della costa dalmata, soprattutto di Ragusa.
I poli dove gli armatori-mercanti di Pesaro trattenevano i rapporti d'affari e contattavano i conduttori del naviglio per i viaggi su varie destinazioni e su cui gravitavano per il noleggio o l'armamento  delle navi erano appunto Venezia e Ragusa. Non a caso le caravelle, le caracche, le marciliane, i grippi appartenenti a pesaresi, risultano tutti tipi navali di fabbricazione estera, opera di maestri d'ascia e maestranze venete e dalmate. I rapporti con la Serenissima e la Repubblica di San Biagio risultano fondamentali nel processo di maturazione e di crescita delle attività marittime della città ducale che, sebbene priva di una società dedita alla navigazione e più in generale alle arti del mare, pur tuttavia riesce a supplire alle proprie mancanze ricercando altrove carpentieri e patroni di nave. Si avvia insomma un proficuo interscambio di competenze che nel lungo periodo, in riflesso anche di una consistente immigrazione di chioggiotti nei porti di “sottovento”, comporta la formazione anche a Pesaro di una marineria.  Il patrimonio di cultura navale dell'elemento forestiero veneziano lagunare e della costa orientale diventa essenziale alla maturazione di esperienze nell'esercizio della pesca, costiera prima, d'altura poi, ma anche a produrre nuovi, originali strumenti di lavoro con la trasformazione di  modelli già efficacemente collaudati in altri mari. Mi riferisco soprattutto all'acquisizione, agli inizi del Seicento, della tecnica di navigazione e di pesca a tartana, introdotta in Adriatico da pescatori del Golfo del Leone, che, per quanto concerne i tipi navali di piccolo e medio tonnellaggio, sarà foriera anche di un'importante evoluzione della cantieristica. Attraverso la stratificazione, una generazione dopo l'altra, delle esperienze dei maestri d'ascia, artigiani e capitani di nave dell'area veneta, vettori del patrimonio di cultura navale dei propri luoghi di origine, viene insomma a formarsi una marineria autoctona, capace poi, all'occorrenza, motivata e spinta da particolari momenti di congiuntura, di azzardare con fermezza  un salto di qualità con proposte del tutto originali.
La marineria veneto-chioggiotta, ormai pienamente integrata nel corpus sociale della città e diventata a tutti gli effetti pesarese, fra Sei e Settecento è ormai pronta a mettere a punto strumentazioni venatorie, barche e velature per uno sfruttamento sempre più remunerativo del mare. Ed ecco dunque che le barche della tradizione veneta, le peote, le nascare, lasciano il posto alle tartane e finalmente ai tartanoni, più grandi e capaci, adattati ad un uso plurimo della navigazione, ossia per la pesca e per il traffico di cabotaggio, ma anche, e sempre più, di traversata, lungo le rotte adriatiche più redditizie, cioè la tratta Pesaro-Venezia, Pesaro-Trieste- Fiume, Pesaro-Ragusa e ritorno. Il tartanone è insomma il frutto dell'elaborazione di un secolo che finisce per diventare l'emblema rappresentativo di una marina mercantile del medio Adriatico, un tempo totalmente dipendente da Venezia, ora con un proprio spazio culturale che funge da riferimento. Un percorso mercantile e cantieristico in crescita, quello che si rileva a Pesaro nei secoli dell'età moderna, indubbiamente favorito dalla decadenza di Venezia e dalla mutata situazione politica internazionale che fa dell'Adriatico un mare sempre più libero. Di qui la comparsa, nel Settecento,  di nuovi protagonismi nel commercio un tempo impensabili.

Maria Lucia De Nicolò



 
 
 
 
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