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Dimenticare Pasqualon?
E’ intitolato a lui il Teatro Sperimentale?
“C'era una volta, or non c'è più”: non mi riferisco alla canzone di Modugno ma ad un teatro in Pesaro intitolato ad Odoardo Giansanti (“Pasqualon”). I pesaresi fanno fatica a ricordare che 20 anni fa il Teatro Sperimentale fu intitolato a lui perché né fuori né dentro risulta applicata una epigrafe commemorativa, tanto da far sorgere il dubbio che il fatto sia realmente accaduto. Recentemente è stato istituito un comitato per curare la fattura di un monumento al Poeta; tale progetto, che prevede un grosso impegno finanziario, avanza non senza difficoltà. E' utile far presente che, con una cifra modestissima, sarebbe possibile onorare l'illustre concittadino sia con una adeguata manutenzione della lapide commemorativa posta nel 1952 in Via del Moro, la cui iscrizione risulta tanto scolorita da risultare quasi illeggibile, sia nell'approntare una vetrinetta con la mostra stabile dei suoi pochi e poveri cimeli, da collocare appositamente nel Teatro a lui intestato o nella nuovissima Biblioteca comunale di San Giovanni.
Per chi non conoscesse il nostro poeta dialettale (una personalità forte non conforme agli ideali moderni) provo a tracciare un breve profilo che risulterà sicuramente incompleto. Testimone di un'epoca, egli rappresentava per i pesaresi di un secolo fa il sentimento popolare genuino con tutti i pregi ed i difetti. Non può essere classificato come fascista poiché non esaltò mai il regime anche se si è sempre mostrato rispettoso della monarchia; non parteggiava per la classe ricca anche se manifestava l'atteggiamento riverente di colui che le si presenta con il cappello in mano; non era clericale perché la citazione di alcuni episodi gli costò noie giudiziarie; non sosteneva i contadini che lo detestavano con simpatia; non difendeva i commercianti, mai avari nei suoi confronti nonostante la denuncia dei trucchi del loro mestiere; non era ateo perché rivelava un primitivo e semplice sentimento religioso. Ma insomma che sentimenti esprimeva? Esprimeva una incondizionata e accorata difesa della povera gente contro gli sfruttatori e gli usurai. Era con tutto il popolo per riferire e ridere dei difetti altrui fornendo una formidabile testimonianza degli usi e costumi del suo tempo. Chi lo capiva, rideva e, di nascosto, forse, si commuoveva poiché la sua poesia non di rado aveva la “P” maiuscola. Era tanto povero che in alcuni momenti critici alloggiava al manicomio, ma davvero tanto povero da non lasciare cimeli che valessero la pena di essere conservati, non dico in un museo, ma nemmeno in un sottoscala, da mostrare a chi volesse onorarlo. E' rimasta solamente l'immagine in pietra della bombetta e dell'organetto sulla sua tomba. La lapide posta ove sussisteva la sua casa natale è soggetta alla incuria del tempo. La sua opera intera figura tra i libri della biblioteca comunale.
Certamente oggi subirebbe la contestazione delle femministe perché sosteneva che le donne andavano malmenate a dovere, suscitando così l'ilarità degli ascoltatori che non lo prendevano troppo sul serio. Dunque non era un personaggio emergente ma la sua presenza era nota a tutti i cittadini che lo applaudivano incondizionatamente con calore perché interpretava il loro spirito. Le sue composizioni, che lui definiva canzoni, ammontano a 370; quelle che vengono proposte sporadicamente sono poche, come le dita di una mano. Insomma testi prodotti per la gente di strada ove venivano declamati, inadatti ad essere presentati in palcoscenico.
Il suo torto? Forse quello di essere indipendente? Quest'anno, ricorrendo il 150° anniversario della nascita e il 70° della morte, per ricordarlo cosa si potrebbe fare?
Cegh, zop, matt, ... sé, ma non dimentichet propri!

Cesare Fornaci


 
 
 
 
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