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Un ricordo di Aldo Moro


CERCAVA UN PUNTO D'INCONTRO

“Adesso toccherà ad Enrico Berlinguer”. Nei giorni tragici della fine di Aldo Moro, con queste parole una umile militante di base mi esprimeva i suoi sentimenti sull'accaduto. Fantasie in libertà o intuizioni che talvolta sono patrimonio solo degli spiriti semplici? Sta di fatto che i due personaggi erano omogenei per le strategie che perseguivano all'interno dei rispettivi schieramenti: trovare un punto di incontro tra forze che si erano aspramente combattute. Se ci sia un nesso preciso tra la morte di Moro e questo tentativo di sostanziale emancipazione dalla logica dei blocchi sarà la storia a giudicarlo come sarà la storia a giudicare se quella strategia fosse avveduta o meno.
Ciò che importa ora nel rievocare la figura dell'uomo politico democristiano nell'anniversario della sua scomparsa è la sua tenace e permanente ricerca di convergenze tra le forze più vive del Paese. Questa sua profonda convinzione assumeva anche un disegno plastico come quando nel corso di un dibattito della Camera sostenne, rivolgendosi ai comunisti: “Per quanto sia duro lo scontro tra i nostri schieramenti, qualcosa di quanto noi diciamo rimarrà in voi, come qualcosa di quanto voi dite rimarrà in noi”. Siamo già, in qualche modo, al “reciproco riconoscimento delle premesse politiche” auspicato qualche giorno fa dal Presidente Ciampi rispetto agli odierni schieramenti perché la dialettica politica proceda su linee corrette e costruttive.
Con cruda analisi – che pure, per sfuggire alla retorica, è necessaria anche in politica – si è osservato che l'apertura di Moro ai comunisti era l'unico canale che, per la sua posizione minoritaria che egli aveva all'interno della Democrazia Cristiana, poteva consentirgli di giungere alla Presidenza della Repubblica. Se pur questo fosse vero, è altrettanto vero che una strategia politica va giudicata di per sé, e non per i vantaggi o per gli svantaggi che arreca a chi ne è portatore. Del resto tutta la storia non è che un impasto di intuizioni brillanti e di fini personali. Per cui se quell'ipotetico obiettivo avesse un sottofondo di verità, nulla cambierebbe nella valutazione dell'uomo. Morto anch'egli, in ogni caso, perché l'Italia fosse più Italia, perché gli italiani migliorassero il loro futuro.

Giorgio Girelli


UOMINI DELLE BRIGATE ROSSE

Il 16 marzo 1978 Aldo Moro, autorevole esponente della Democrazia Cristiana, più volte capo del governo e sicuro candidato alla presidenza della Repubblica, fu fatto prigioniero a Roma da un commando di terroristi che massacrò la sua scorta. Nel ribrezzo generale del Paese, ci furono non poche voci inneggianti a quell'operazione: definita di "geometrica potenza" dai seguaci del professor Toni Negri, futuro onorevole radicale, poi riparato all'estero per sfuggire alla galera decretata dal tribunale di uno Stato democratico. Moro iniziò così una lenta agonia di cinquantaquattro giorni, scandita da innumerevoli messaggi epistolari spediti un po' a tutti: fino al ritrovamento del corpo nel bagagliaio di un'auto parcheggiata nel centro di Roma. Quei due mesi scarsi di prigionia, seguita con costernazione da tutto il mondo, furono il trionfo dei periti inutili: fotografi, grafologi, fonici, linguisti, enigmisti, parapsicologi, che riuscirono a dire tutto e il contrario di tutto, senza contribuire minimamente né all'obiettivo di identificare la prigione di Moro, né a far luce sulle oscure modalità di quella vicenda. Perfino la IBM ne guadagnò una gratuita pubblicità mondiale perché alcuni volantini dei carcerieri risultarono battuti con una delle sue macchine da scrivere a pallina rotante.

Fu in quelle settimane di passione che Paolo VI, l'ex cardinale di Milano Giovanni Battista Montini, decise di intercedere per la vita del suo vecchio compagno dell'Azione cattolica indirizzando un messaggio ai rapitori che avrebbero insanguinato l'Italia per un decennio. "Uomini delle brigate rosse", implorò flebilmente il papa che sarebbe morto pochi mesi dopo, "Vi prego in ginocchio, liberate l'onorevole Aldo Moro". E fu così che quella banda di delinquenti, che non aveva ottenuto alcuna forma di riconoscimento giuridico da parte dello Stato (nonostante i tentennamenti dei socialisti e dei loro corifei che invocavano la trattativa), ebbe un insperato riconoscimento canonico da parte della Chiesa. "Non sono samurai invincibili" avrebbe invece scritto qualche tempo dopo Walter Tobagi, un giovane giornalista destinato a una grande carriera, che cercava di capire ma anche di ridimensionare il fenomeno del terrorismo italiano: già sconfitto nella coscienza degli operai, degli impiegati, della gente comune, che continuava a lavorare tutti i giorni mandando avanti una classe dirigente inebetita. E che fu ammazzato come un cane a Milano, una mattina di pioggia del maggio 1980 da alcuni dei feroci protagonisti di quelle imprese, che sparavano coraggiosamente nella testa di uomini inermi; e che oggi vanno in ferie al mare con le loro donne dopo aver chiesto spudoratamente allo Stato di poter cambiare anche il nome.

Alberto Angelucci

(tratto dal libro "Frasi celebri dalla Bibbia a Mike Bongiorno" Oscar Mondadori 1993)

 

 




 
 
 
 
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