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Aprile 2002 / Opinioni e Commenti
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Piazzale Innocenti, come neve al sole
La testimonianza del fratello di una vittima
Nel numero di febbraio “Lo Specchio della città” ha pubblicato un articolo di “Bastian Contrario” che rievocava il tragico episodio di Piazzale Innocenti sollevando il dubbio circa l'opportunità di conservare la lapide relativa. Nel numero successivo sono apparsi in proposito ulteriori commenti di Luciano Capitini e Corrado Masetti.
Pubblichiamo ora la testimonianza di un cittadino che ha vissuto quella giornata in prima persona e che ha visto morire accanto a lui un fratello e la nonna.


“Andatelo a dire
ai caduti di ieri
che il loro morire
fu come le nevi..”

Questi i primi versi di una poesia di Gianni D'Elia che appare in un parco pesarese e penso che siano una buona risposta a chi ritiene anacronistica ed offensiva la lapide alle vittime civili sita in Piazzale degli Innocenti, che ricorda appunto l'eccidio di innocenti ad opera dell'esercito tedesco, avvenuto il 17 novembre 1943 nella suddetta piazza ed in Viale Cesare Battisti.
Chi scrive è forse uno degli ultimi testimoni di quei fatti, oltre che congiunto di due delle vittime e desidera puntualizzare quanto segue. Quel giorno i tedeschi avevano annunciato che vi sarebbero stati dei tiri di prova della loro artiglieria, durante un orario indicato e nello spazio fra “Viale della Vittoria” e il mare (ma perché non sulla lunga spiaggia, allora disabitata, fra Pesaro e Fano?). Comunque, la città si era spopolata nell'ambito del “campo di tiro”. I colpi di artiglieria (pare che fossero di mortaio), partiti dal vicino monte e quindi con una buona visuale sulla città, colpirono con precisione forse l'unica piazza dove vi erano dei bambini che giocavano. Un secondo tiro colpì invece un incrocio di Viale Cesare Battisti (quasi ai piedi del Monte Ardizio) dove pure vi erano dei bambini che giocavano vicino alla loro nonna e ciò quasi dopo un'ora dalla scadenza del cessato allarme. Vista la strana scelta del campo di tiro e la proverbiale precisione tedesca questi “errori” appaiono molto più che sospetti. Inoltre, dopo il primo eccidio, l'ufficiale tedesco di collegamento presso l'attuale Prefettura telefonò al suo comando dicendo di cessare il fuoco, perché erano stati colpiti donne e bambini (e di ciò mi auguro che Dio gli abbia reso merito), ma una voce dall'altro capo del filo (forse quella del comandante Sprawe o Sprave) gli rispose che non si prendevano ordini da pari grado e poi che “la popolazione doveva pagare”. Questo è quanto riferì a mia madre, in mia presenza e varie volte, la signora Maria Radovani Lupi (ora deceduta) che fungeva da interprete presso la Prefettura, che parlò della cosa anche con qualcuno dei suoi collaboratori.
Io ero uno di quei due bambini, che giocavano in Viale Cesare Battisti; l'altro, Giovanni e la nonna Antonia, hanno il loro nome sulla lapide di Piazzale degli Innocenti. Come ricordiamo con lapidi e citazioni avvenimenti e scritti che collegano l'Italia alla grande cultura tedesca, ritengo sia necessario (forse anche nell'interesse del popolo tedesco, che non deve essere più preda della barbarie) che non cadano nel dimenticatoio quelle lapidi che ricordano i tanti eccidi avvenuti (Marzabotto, Fosse Ardeatine, ecc), perché il sacrificio di quelle vittime non sia considerato inutile ed il ricordo venga cancellato come la neve dal sole.

Alfredo Anastasia


 
 
 
 
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