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Il bombardamento inglese

Retroscena della seconda guerra mondiale
Cultore di storia, specie dei risvolti meno noti di essa, leggo sul numero 52 dello “Specchio”, l'interessante intervento del prof. Bedosti. Poiché egli cita più volte Roosevelt, ciò mi ha indotto a ricordare che, tra l'altro, il Presidente degli USA durante un discorso all'università di Charlottesville, accusò l'Italia, di avere – nel giugno 1940 – dichiarato guerra anche alla Francia comportandosi come colui che…”pugnala alle spalle il proprio vicino”. Frase che forse F.D. Roosevelt non avrebbe pronunciato se edotto di una diversa realtà che, ancor oggi, pochi hanno approfondito. Colgo l'occasione per raccontarla.
Il pomeriggio del 10 giugno, il ministro Ciano consegnò all'ambasciatore francese Poncet l'atto che sanciva l'inizio delle ostilità ma, al tempo stesso, veniva tacitamente stabilito quanto (da tempo) le diplomazie dei due Paesi avevano riservatamente accettato: guerra formale ma non sostanziale, limitata a qualche scambio di fucilate. Coinvolti anche i contrapposti Stati maggiori impegnati a garantire che così fosse, impartendo ordini coerenti. “Non essere i primi ad attaccare”, come assicurato dal generale Parisot a Badoglio. Da parte italiana: “Contegno assolutamente difensivo” (per l'Esercito) e “ricognizioni sui porti ma senza sorvolo del territorio francese” (all'Aeronautica). Uno status che conveniva ad entrambe considerata la vicinanza delle rispettive basi aeree. L'Italia evitava di subire incursioni su Genova, Torino e Milano. La Francia, ormai prossima al crollo, teneva almeno lontana l'aviazione “nemica” dai porti di Corsica e Provenza – scarsamente protetti – e soprattutto dai grandi depositi di carburante di Barre, 25 chilometri oltre Marsiglia.
La Gran Bretagna, che ignorava tutto questo, in caso di conflitto aveva da tempo pianificato immediate azioni aeree sui principali obiettivi italiani del “triangolo” industriale e riteneva ovvio di poterle attuare partendo da aeroporti situati nel Sud dell'alleata Francia. In questa prospettiva, sino dal 3 giugno, il Maresciallo dell'Aria Portal aveva disposto che personale della 71ª Wing (Royal Air Force) si trasferisse in Provenza, incaricato di collaborare con i francesi ad approntare basi-appoggio a Salòn o Le Vallon, per accogliere i bombardieri inglesi appartenenti ad un reparto speciale: la Haddock Force, del Maresciallo dell'Aria Sir Barrat, appositamente costituita per attaccare il Nord-Italia con bimotori Wellington. Dalla Provenza essi si sarebbero trovati ad appena un'ora di volo dagli obiettivi. Pertanto, alle 15.30 dell'11 giugno, atterravano a Salòn 24 apparecchi del 99° Squadron al comando del capitano Field, pronti a compiere le prime incursioni notturne. Per le autorità francesi… un fulmine a ciel sereno! Ben decise ad impedire che dal loro territorio partissero iniziative ostili all'Italia, dovettero informarne il comando della RAF dichiarando che avrebbero comunque vietato il decollo dei bombardieri. Anche con la forza, sostenuti persino dalle autorità civili di Salòn, subito interessate. Era il generale Vuillemin, responsabile dell'Armèe de l'Air, a telefonare a Barrat presso il Quartier Generale della RAF a Londra, scongiurandolo di annullare l'imminente missione.
Si inseguivano per tutto il pomeriggio altri contatti: un surreale, frenetico… braccio di ferro fra i francesi, assai preoccupati, ed i britannici, assolutamente sconcertati. L'Air Marshal Barrat riteneva di doversi rivolgere addirittura a Churchill, trovato non a Londra ma in Francia, nel castello di Muguet, assieme al ministro Eden a colloquio con il generale Weygand. Più che sorpreso, indignato, il premier inglese ribadiva l'ordine di attacco. A sera inoltrata, forte di tale autorevole conferma e incurante del divieto, il capitano Field, da ore in attesa sulla pista di Salòn, faceva finalmente avviare i motori ed i primi Wellington iniziavano a muovere per prepararsi a partire. Per i francesi, irriducibili, non vi era un minuto da perdere. Extrema ratio, su ordine perentorio concordato con Parigi dal generale Laurens (responsabile di Zona),veniva disposto che alcuni autocarri si ponessero di traverso alla linea d'involo rendendo in tal modo impossibili i decolli. Ostacoli insormontabili anche per il determinato comandante dei bombardieri, costretti a tornarsene ai decentramenti. L'indomani essi rientravano in Inghilterra con vivo sollievo delle autorità francesi per essere riuscite ad evitare la prevedibile ritorsione italiana. Si concludeva così quel movimentato 11 giugno e potrei concludere anche questa rievocazione. Tuttavia, per completezza d'informazione, devo aggiungere che Churchill in persona, appreso l'accaduto – infuriato – chiamava subito il Maresciallo Portal ordinandogli di mobilitare tutti i bombardieri disponibili in madrepatria - 36 in tutto, racimolati fra 5 Squadroni - e attuare “ad ogni costo!”,quella stessa notte, incursioni su Genova, Torino e Milano partendo dai loro campi e compiendo, se necessario, scali “tecnici” per rifornirsi di carburante a Jersey e Guernsey, nelle isole Normanne. Ciò che puntualmente avvenne, seppure fra contrattempi e serie difficoltà affrontate soprattutto durante il sorvolo dell'arco alpino. Soltanto una decina di bimotori Whitley riuscì a “passare” e, nella notte sul 12 giugno, bombardarono Torino e Genova perdendo un solo velivolo precipitato in territorio svizzero. Governo e Stato Maggiore italiani, in modo affrettato e con superficiale metodo di indagine da parte del controspionaggio (il SIM), scartarono a priori la possibilità che gli aerei – “probabilmente inglesi” – fossero giunti dalla lontana Inghilterra con volo diretto. Ritennero i francesi – che certamente dovevano averli “ospitati” - responsabili di non aver onorato quei patti… non scritti e fu guerra vera. Ma questa è un'altra storia.

Cesare Gori


 
 
 
 
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