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Aprile 2002 / Lettere e Arti
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L'orologio a cipolla

Se Fabio Tombari ha potuto, esprimendo se stesso, diventare scrittore lo deve a suo padre Riccardo. Nonno mio. Era già vecchio quando io sono nata. Basso di statura, con un grande naso aquilino, un giaccone di loden verde scuro, il bastone con la punta di gomma tra le mani, seduto su una sedia fuori casa, oppure a fare il solitario dei cinque o quello di Napoleone sulla tavola appena sparecchiata. Di sicuro aveva finito di mangiare con una fetta di formaggio, perché diceva:
“Il formaggio chiude lo stomaco!”
Ma se il pranzo tardava si ritagliava una fetta di pecorino dicendo compiaciuto:
“Il formaggio apre lo stomaco!”
In pieno inverno usciva per comprarsi il giornale senza niente addosso. Fabio gli diceva:
“Babbo mettiti il cappotto”.
“Per cu fa, tant ho el fredd intern”, rispondeva, “tanto io (aveva già novanta anni ed è morto a novantasei) sono un premorto, non mi attacca più neanche il raffreddore. Beato te Fabio che hai l'influenza. Io so' vecchio ormai, tant'è che non leggo più bene neanche con gli occhiali dell'Angela”.
Pastasciuttaro convinto, quando mamma cuoceva rigatoni o spaghetti cantava la Cavalleria rusticana. Ma quando c'era il risotto che mamma, pur essendo veneta, (strano perché per i veneti il risotto è una religione) cucinava sempre un po' languido, nonno allora si sedeva in penombra con il bastone fra le mani e mormorava:
“Per me si va nella città dolente, per me si va nell'eterno dolore, per me si va tra la perduta gente”.
Si diceva mangiapreti e miscredente. Mi chiamava straccetto o cenciolino. Ma quando passavo in processione per il Corpus Domini, e lo guardavo con la coda dell'occhio ai lati della strada, era l'unico che avesse le lacrime agli occhi e si soffiava rumorosamente il naso. Ma non crediate che fosse una macchietta. Era un galantuomo di tutto rispetto, tanto che gli amici lo chiamavano il “duca” per il naso aquilino e perché tra gli amici che organizzavano grandi camminate, scherzi e mangiate era il più ascoltato. Oppure lo chiamavano “ucclett”, il che è tutto dire.
Era nato l'anno della breccia di Porta Pia da una madre sfinita dai troppi parti. Lui e la sua sorellina erano i soli sopravvissuti di ben tredici figli tutti morti in tenera età. Suo padre era stato il terribile nonno Fabio, il quale, risposatosi con una giovane, che nonno Riccardo ricordava come una dolcissima matrigna, riuscì a far morire anche la seconda moglie di crepacuore. La trovò, nonno bambino, riversa davanti alla cucina e per lui fu un dolore e un trauma. Da lì comincia la sua storia. Pensate che il padre, il vecchio nonno Fabio, lo presentava agli amici dicendo:
“Questo è quello che ha ammazzato il fratello!” (sic)
Perché in piazza a Fano allora arrivavano i carri con i buoi e il piccolo fratellino di Riccardo sfuggì di mano e corse sotto le zampe dei buoi che, imbizzarritisi, lo calpestarono uccidendolo. La frase “ha ucciso il fratello” (pur senza colpa) era ricorrente. Con questo disamore crebbe mio nonno. Ma il suo cuore era così generoso che, non avendo avuto un buon padre, desiderò esserlo lui per suo figlio Fabio. E lo fu, confidente e partecipe. Così quando il vecchio Fabio autoritario, che a Riccardo aveva impedito di studiare musica, e lo aveva costretto a fare il barbiere, voleva che anche il giovane Fabio facesse il barbiere, nonno Riccardo gli si parò davanti e disse:
“Il mio Fabio farà quello che si sente di fare e se vuole studiare studierà”.
Aveva oltre cinquanta anni mio nonno e per la prima volta si opponeva al padre. Il vecchio capì che “non c'era trippa per gatti” e da allora si rinchiuse in se stesso e iniziò la sua vecchiaia.
Nonno era un galantuomo, paziente e forte: si oppose a un autorevole ricco della città, perché maltrattava gli animali. Si oppose alla corte marziale per salvare un nipote durante la prima guerra mondiale. Era stimato. Andato un giorno da un conte della città per servirlo di barba e capelli, fu lasciato solo davanti ad un cassetto pieno di soldi. Non mosse un muscolo e, tornato il conte, lo consigliò di non lasciare davanti ad estranei il cassetto dei soldi aperto e si senti rispondere: “Ma proprio perché c'eri tu Riccardo io mi sono fidato. Ero sicuro”.
Per strada:
“Signor conte piove, si bagna senza ombrello, corra”.
Risposta: “Cosa corro a fare, pare che laggiù non piove lo stesso?”
Dovendo essere barbiere lo volle fare al meglio. A diciannove anni andò a Roma per imparare il mestiere e fu assunto in via Condotti 2, dove allora c'era un salone che serviva anche casa Savoia. Così quando io da piccina stavo male si sedeva accanto al mio letto e mi raccontava delle dame cui acconciava la parrucca, dei personaggi famosi che aveva conosciuto. Mi diceva i sonetti del Belli e mi insegnava le antiche canzoni di Roma, comprese quelle politiche alla morte di Pio IX del tipo: “Trippa al sugo, trippa al sugo con le patate nove, è uscito Coccapiellere dalle carceri nove”.
A Roma si fece uomo e in via Ripetta fece esperienze. Andava sempre a teatro, loggione, e mi descriveva la soprano Adelina Patti come una gran bella donna e con occhi sognanti mi mostrava le mani allargate e diceva:
“Aveva due braccia così”.
Sembrava parlasse di una mucca. Io ridevo sotto il lenzuolo.
Tornò a Fano e sposò una delicata ed affettuosissima ragazza, figlia di un fattore che non aveva voluto darla in moglie al tenore Bonci, che l'amava molto (tanto che la rimpianse fino in punto di morte), perché, diceva il vecchio:
“Cantare non è un mestiere!” Anche se Bonci già cantava a Parigi.
Così il giovane Fabio ebbe per mamma Augusta, anemica ma deliziosa, tenera e affettuosa che, anziana, diceva a Riccardo:
“Perché non mi abbracci più come una volta?”
“Cocca mia” - rispondeva il marito - “quando devi prendere il tram corri, poi quando l'hai preso te metti a sede; via fatti bella che ti porto a vedere passare il treno”. Allora c'era la locomotiva a vapore.
Scriveva lettere tenere al figlio che era maestro a San Leo. Di lui mi è rimasta una cassettina di legno con due dollari americani mandatigli da un amico.
Mi è rimasto un porta uovo di latta che mi ricorda la modestia della sua casa. E mi è rimasto l'orologio a cipolla che con pazienza e lentezza tirava fuori con la catena dal taschino del panciotto quando gli chiedevo l'ora e ne apriva il coperchio d'oro. Era un rito lungo e sapiente tanto che a me bambina veniva un pizzicorino nelle guance per il gran piacere di vederlo.
Ora quell'orologio, io, al tramonto e già nonna, lo tengo per mio figlio, non solo perché è il primogenito, ma perché è galantuomo come lui.

Maria Tombari


 
 
 
 
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