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Personaggi allo Specchio: Cesare Rimini

Aprile 2002
L'AVVOCATO DI FAMIGLIA

Le famiglie felici si somigliano tutte; le famiglie infelici sono infelici ciascuna a modo suo.
(Lev Nikolaevic Tolstoj, Anna Karenina)


Mio padre era un ebreo che aveva sposato una guia, cioè una cattolica; noi figli dovevamo essere ebrei, così si erano accordati i miei genitori. [...] I figli di matrimonio misto erano considerati ebrei a meno che fossero stati battezzati entro una certa data, che era passata già da molti mesi. Ciò significava, ad esempio, che non avremmo potuto frequentare le scuole pubbliche. Mio padre capì che non era in gioco la scuola, ma forse la vita. Andò da Mons. Sartori, per chiedergli consiglio. Non ebbe dubbi: "Se vuole li battezzo subito e faccio un certificato di battesimo con data falsa. Se vuole, invece, non li battezzo; faccio solo il certificato di battesimo, con la data che va bene per i mascalzoni". [...] Così nella sagrestia di Santa Carità venimmo battezzati tutti e tre. L'acqua era fredda sulla testa. Mio padre era seduto in un angolo, su una poltrona dura di sacrestia. [...] Ormai l'unico ebreo del nostro nucleo familiare era mio padre, sapeva che ora sarebbero iniziati sul serio i tempi difficili, credo si sentisse solo. Quando fu certo che non poteva derivargli nessun vantaggio dall'essere battezzato, chiese il battesimo. Non so perché fu battezzato in Duomo a Milano. Spiegava scherzando che voleva che avessimo un Padre Eterno solo sulle nostre teste; voleva che fossimo protetti tutti nello stesso modo.

Queste righe sono tratte dal libro “Una carta in più”, pubblicato da Mondadori anche in edizione economica. Dovrebbe essere adottato in tutte le scuole italiane perché, attraverso la storia di una famiglia, rievoca con grande semplicità, tolleranza, e persino con umorismo, una delle pagine più vergognose del Fascismo: la persecuzione degli ebrei dopo le leggi razziali del 1938. La “carta in più” è una delle carte d'identità in bianco che un impiegato del Comune di Gabicce consegnò a un gruppetto di ebrei lombardi, rifugiato durante la guerra a Mondaino; probabilmente col tacito assenso dei suoi superiori e con la firma autentica del Podestà. Il che la dice lunga circa la reale adesione degli italiani alle leggi razziali. I nomi furono storpiati per depurarli delle loro origini: i signori Rimini divennero Ruini, i Finzi divennero Franzi, Vivanti divenne Vivaldi. L'autore aveva undici anni nel 1943, quando si trovò a vivere questo esordio nella società civile. I nomi dei suoi zii e cugini “sono scritti sulla lapide della comunità israelitica di Mantova tra quelli che hanno finito la vita nel campo di Auschwitz”.

Le bretelle del patriarca. Arrivo all'ufficio di Cesare Rimini, un pomeriggio di marzo, in una Milano che pulsa nei suoi ritmi vitali, gonfia di nuvole nere e di “polveri sottili”. Salgo con un ascensore-carrozza ai piani alti di uno dei palazzi di inizio secolo attorno al Tribunale; sulla porta c'è ancora scritto: “Studio dell'Avvocato Orvieto”. Ecco un altro nome che non era tanto igienico da portare a quei tempi. Arturo Orvieto, cugino di suo padre, è stato uno dei primi avvocati capaci di divulgare gli argomenti giuridici attraverso i giornali. Rimini è entrato in questo studio appena laureato e non si è più mosso di lì per oltre quarant'anni; ha solo cambiato progressivamente le stanze, fino ad occupare quella più spaziosa. Nella sala d'attesa e nei corridoi, i segni di un decoro borghese, di una raffinatezza culturale non ostentata. Libri d'arte e cataloghi di Christies e di Sotheby's per le letture dei visitatori; mobili in stile, piccole sculture, quadri ad olio sulle pareti, con ritratti di personaggi severi. In questo ambiente austero e confortevole ha seguito le orme del suo maestro e gli è succeduto nel 1962, appena trentenne, sia nell'attività dello studio che nelle collaborazioni giornalistiche e televisive. Ha solo differenziato il campo di specializzazione, privilegiando il diritto di famiglia che lo affascinava fin dai primi anni di praticantato. Oggi in quello studio, con un paio di eccezioni, si chiamano quasi tutti Rimini: il titolare, un figlio, altre due figlie, un nipote che è due volte Rimini perché sua madre ha sposato un omonimo. Non è uno di quei grandi studi-azienda di stile americano, con decine o centinaia di avvocati immersi nei fascicoli; assomiglia piuttosto a una boutique legale, discreta e ovattata.
Cesare Rimini, che le signore bene di Milano in attesa di divorzio chiamano affettuosamente “il barba”, è nato a Mantova nel giugno del 1932, sotto il segno dei Gemelli. E' un uomo alto, di stazza atletica, un profilo da statua greca, occhi nocciola che sorridono dietro un cespuglio bianco formato dalla capigliatura e dalla barba patriarcale che si apre a ventaglio. Pensavo che fosse la testimonianza simbolica di un vincolo etnico o religioso, ma non è vero: è solo la conseguenza di una lunga regata velica, affrontata senza rasoio. Poi ha deciso di conservarla, vista l'unanimità dei consensi. Con le rassicuranti bretelle sopra una camicia a righe rosse, ha l'aria di un papà saggio e benevolo: ma potrebbe anche essere un confessore o uno psicanalista, perché in questa stanza si trattano questioni di diritto, ma soprattutto questioni di amori interrotti. Durante il colloquio sono seduto sulla stessa poltrona/confessionale dove hanno cominciato a divorziare dalle loro mogli (e a volte dalle loro aziende) i più bei nomi del giornalismo e dell'editoria; ma anche tanta gente comune – mi dice l'avvocato –forse per lasciar intendere che le sue parcelle non sono poi così stratosferiche. In realtà le separazioni dei poveri sono, se possibile, ancor più difficili e dolorose di quelle dei ricchi; se non altro per il peso delle transazioni economiche che falcidiano redditi modesti. Qualche volta (forse poche volte) riesce attraverso il dialogo a ricomporre una rottura senza arrivare in giudizio; in tutti i casi cerca di mettere le cose in modo che le conseguenze sui figli siano meno traumatiche. A proposito del recente monito del Papa agli avvocati, ritiene che non sia l'istituto del divorzio a provocare la crisi della famiglia, ma proprio il contrario. “Non è con la forza della legge che si può tenere insieme un matrimonio. Non è l'avvocato a sfasciare le famiglie: le sfasciano gli altri. A lui resta il compito di occuparsi dei frammenti, da rimettere insieme in qualche modo”.

Cronache di poveri amanti. Grazie ai suoi articoli sul “Corriere della Sera” e alle sue apparizioni televisive (e magari grazie anche a quarant'anni di lavoro) è il matrimonialista più famoso d'Italia, insieme a un paio di avvocatesse d'assalto. Ha raccolto in un altro libro (“Lasciamoci così…”) i colori e i ricordi della sua vita professionale: con tante piccole cronache di poveri genitori e di poveri amanti. Sempre trattate – secondo il suo stile – con sobrietà, con partecipazione e anche con qualche sorriso, per alleggerire quell'inevitabile retrogusto di amaro. Sicuramente trapela una grande simpatia umana (e maschile) per le donne, attraverso una serie di suggestive descrizioni delle sue clienti: “capelli rosso Tiziano… occhi azzurri… lunghe gambe abbronzate… caviglie sottili… collo di Modigliani… Madonna del Parmigianino…”. O le donne meno avvenenti non divorziano mai, oppure l'avvocato seleziona molto bene la sua clientela.
Scorrono sulle pagine del libro storie tristi e storie semi-comiche. C'è la moglie che, dopo ripetuti solleciti, restituisce il cane all'ex consorte spedendolo in taxi dalla Calabria a Milano: una “corsa” di un milione e trecentomila lire, presumibilmente a carico del destinatario. Ma è un'eccezione perché, secondo la sua esperienza, gli animali domestici non costituiscono mai un problema in caso di separazione: anche le coppie disposte a litigare per un vecchio maglione si mettono subito d'accordo su questo argomento, alimenti e spese veterinarie comprese. C'è la signora di una certa età che, subito dopo la sentenza, chiede all'avvocato di scattarle una foto insieme al giudice (che non fa in tempo a scappare), perché vuol conservare anche l'immagine del divorzio insieme a quelle del matrimonio. Ci sono gli eredi che si dividono salomonicamente un'Enciclopedia Treccani: ad uno i volumi dalla A alla G, al secondo i volumi dalla H alla P, al terzo i volumi dalla Q alla Z. C'è la moglie che ha scelto un parrucchiere molto riservato, con due ingressi: in modo da fingere di entrare per la messa in piega e poi uscire dall'altra parte per raggiungere un'ora d'amore. C'è il marito che ha trasformato il camper in pied-à-terre, per far salire al volo l'amata tra i vicoli della città. “I coniugi gelosi – dice – non hanno mai evitato un adulterio, ma certamente hanno stimolato soluzioni ingegnose”.
Ma ci sono tanti casi di violenza, di meschinità, di umiliazione, di stupidità: particolarmente dolorosi quando ci sono di mezzo i bambini. “Una sera la mia figlia più piccola mi disse: ‘C'è al telefono una bambina che ti vuole… piange'. Aveva undici anni e mi disse singhiozzando: ‘Diglielo tu che smettano di litigare', e io sentivo le urla sullo sfondo. Non è difficile prevedere che queste esperienze un bambino se le porterà dietro per tutta la vita”.
Tempo fa uno studioso americano aveva previsto che alla fine del secolo (cioè adesso) la grande maggioranza dei bambini non sarebbe vissuta con la coppia che li aveva generati. Questa instabilità e mutevolezza dei nuclei familiari porta con sé, anche nei casi migliori, problemi psicologici molto delicati: come quello dell'inserimento di una seconda figura materna o paterna (è un caso che ritrovo anche in una sua recente risposta sul sito Internet del “Corriere della Sera”: ‘Mia figlia chiama papà un altro'). C'è persino chi ha creduto di spiegare la presunta omosessualità di Leonardo da Vinci con la sua vicenda familiare: figlio illegittimo, costretto a vivere da bambino con la nuova donna del padre, il notaio ser Piero. Lo stesso Freud aveva notato che nel dipinto “La Vergine, Sant'Anna e il bambino” (oggi al Louvre) le due figure femminili tendono a fondersi in un'unica immagine materna. Forse certi vezzeggiamenti, facendone maturare troppo presto l'erotismo, lo privarono di una parte della sua virilità.

Il caffè coniugale. Col rispetto che si deve quando si esprimono giudizi su questioni così delicate, mi sembra che quest'uomo, che avrebbe potuto inseguire per tutta la vita il tragico spettro della Shoah, non conservi alcuna traccia negativa di quella lontana esperienza. Mi appare come un concentrato di perfezione; d'altra parte, come diceva Oscar Wilde, solo le persone superficiali non si fidano delle apparenze. Ha detto cose che scaldano il cuore: e che non possono essere solo letteratura. Ha sposato Liliana, una compagna (cattolica) di università, cui attribuisce il merito del suo successo e con la quale non riesce mai a litigare a lungo perché gli viene da ridere all'idea di usare le stesse battute dei suoi clienti. Hanno avuto tre figli. Dice che “i matrimoni felici si celebrano tutte le mattine, quando si prende il caffè insieme”. Ha dedicato un libro “a mio padre e a mia madre, che insegnavano solo con l'esempio”. Sostiene di aver imparato da suo padre, oltre a tante altre cose, che “i figli bisogna prenderli come sono”. Ha scritto per i suoi otto nipotini un libro di filastrocche e di antiche leggende di Monterosso. Quando non lavora, va in barca a vela o a sciare, o visita le gallerie d'arte in cerca di quadri da acquistare. Figlio, padre, marito, nonno, zio esemplare.
In uno dei suoi libri dice che un genitore, se non ha difetti, dovrebbe inventarsene qualcuno per essere credibile verso i suoi figli. Dopo il nostro incontro gli ho mandato un fax, per scongiurarlo di rivelarmene almeno uno. Mi ha risposto con un severo giudizio sulla personalità duplice dei “Gemelli”, per cui desidera sempre contemporaneamente due cose diverse: cioè mi ha indicato quasi un altro pregio. Non è possibile: sono disperato, ho avuto un crollo di auto-stima. Andrò a confidarmi con uno psicanalista.

Alberto Angelucci


 
 
 
 
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