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Aprile 2002 - Lettere e Arti
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I ritratti seducenti
di Renato Bertini


Divisa fra Pesaro e Zurigo, è la vita artistica di Renato Bertini: qui il mare, il porto, il garbino, il piccolo studio di Via Cecchi; a Zurigo il vero cimento in sdegnosa, faticosa, testarda solitudine prima e le affermazioni lusinghiere e in progress poi, che lo introducono in un circuito artistico di spessore internazionale. E su questi due poli artistici non contraddittori, ma complementari, gli occhi belli della moglie Gabriella, i figli, gli amici, i ricordi.
Da ragazzo, per disegnare il più possibile, s'iscrive alla Scuola d'Arte, passando attraverso la ceramica, quasi un tradizionale percorso obbligato, un po' subìto e un po' indagato con interesse, per tutti quei possibili approfondimenti materici che gli permetteranno di entrare nei brividi nascosti della Natura. Rimane qualche anno nella Bottega di Baratti dove c'è giovanile fermento d'avanguardia: è Nanni Valentini, anche lui da Baratti, che tesse le trame di operazioni rischiose e imprevedibili sui bordi dei vasi, nelle forme riesumate come fossero fossili, con la terra, che sa mantenere il colore del fuoco e quello del cielo di mattina, a levante. Per loro Pesaro è come una noce, un uovo, una cella: bisogna partire, andare lontano dove non c'è nessuno che conosci, dove devi sbattere la testa contro tutto e tutti e cercare, oltre la decoratività, il naturalismo ottocentesco, la figurazione e il consenso degli amici e dei maestri, i significati, le rivelazioni, le flagranze, i dissolvimenti per innalzarsi fino alla creazione, dove luce e materia diventano sede dell'immagine, ritmo dello spazio e mentale allusione all'oggetto.
Esordisce nel 1960 alla gloriosa “Galleria Brigata Amici dell'Arte” di Via Rossini: poi, con i pochi soldi ottenuti, nel 1964, da una mostra al “Piccolo Hotel”, un groviglio di idee e di progetti e una cartella piena zeppa di disegni, Renato Bertini parte per Zurigo. La trafila dell'avventura è sempre lastricata di lavori occasionali, di fame, di stanze squallide: ma la speranza e la passione sono così forti che mai, il rassicurante ambiente pesarese, diventerà grumo di nostalgia e di rimpianto. Poi gli incontri, le prime mostre, le critiche entusiaste, le commesse, i ritratti. E proprio i ritratti concretizzano nella vita professionale di Bertini, un altro “dualismo”, come Pesaro e Zurigo. A fianco delle sue vibranti metamorfosi più o meno palesi, dove l'accidentalità che le ripropone e le ricancella diventa significanza ancestrale, fioriscono, con pari dignità artistica, i ritratti.
Ricordo molti anni fa, ancora incompleto, sul cavalletto del suo studio, il ritratto di Ambretta Cacciaguerra: gli occhi, bellissimi, grandi, severi, illuminati dal di dentro; e quello di Antonella Scalognini con quel che di tenace e di esotico che la fanno bella; e, nella galleria dei presidenti della Fondazione Cassa Risparmio di Pesaro, il ritratto dell'indimenticabile Gino Filippucci, solido, vitale, simpatico con una punta di supponenza nell'azzurro dello sguardo. Il ritratto per Bertini, non è la rappresentazione di un carattere, di una personalità, ma è la sua significazione: quasi un portare in superficie i recessi seducenti e segreti della natura umana. Come fa, senza fatuità decorativa e attraverso sontuosi segni e umbratili riverberi, con l'onda del mare, con la sabbia, col volo dei gabbiani nel vento, o meglio con le impronte dei loro passaggi. Quasi la tentazione di una fabulazione figurativa che poi si disperde e svapora per privilegiare un particolare isolato, messo a fuoco come da una lente: una captazione atmosferica, una intangibile spazialità, una certezza plastica danno valore all'interruzione della “tentazione” per rimandare ad una coscienza che cerca e sceglie se stessa. È il percorso sincero e inderogabile verso l'astrazione, che è elaborazione alta di un pensiero, è la tensione ad un'emergenza emozionale, nel massimo sforzo di evidenziare l'essenziale.
A guardare oggi il curriculum di Renato Bertini c'è da rimanere strabiliati. Da quel 1° Premio di Firenze nel 1958 alla mostra “Giovani Artisti” a Berlino, da Vienna agli USA, da Gubbio a Basilea. “L'amplesso del mare con la riva”, le linee dolci e spasmodiche dei corpi in “Indaco blu”, la sensazione quasi tattile degli spazi, del vento e della luce hanno conquistato lo spazio artistico e critico che si meritano, figurando in collezioni pubbliche e private in Italia, Svizzera, Francia, Giappone e nei Paesi scandinavi. A Pesaro, dove Renato Bertini silenziosamente lavora, oltre gli splendidi ritratti nascosti nelle case dei Vip, una bellissima, originale, intensa, umana “Sacra Famiglia” e un “Cristo trionfante” nella chiesa della parrocchia di San Carlo Borromeo in Via Nitti, esiste un documentario, di qualche anno fa, quando Pino Scalognini filmò il piccolo studio di Bertini, i suoi ritratti e tutti quei disegni che da vaghe e arbitrarie analogie naturali, diventavano, quasi per magia, avventurosi racconti di mare, di tempeste e di bonacce.

Ivana Baldassarri


 
 
 
 
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