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La lunga marcia dei 'Vu cumprà'
Riflessioni di un ufficiale italiano in Africa

L'altra sera ho assistito ad una scena che mi ha fatto riflettere su come la gente si lasci influenzare da idee che sono assolutamente assurde. C'erano due "Vu' cumprà"(scusate se adopero un termine che ha assunto connotazioni negative, ma ritengo che all'inizio non ne avesse e perciò lo adopero rifacendomi alle origini)che avevano commesso non so quale infrazione e i vigili li stavano multando. Subito si sono formati i due classici partiti: il primo, di chi sosteneva che dovevano essere lasciati andare perché "non hanno sicuramente possibilità di pagare la multa", il secondo di coloro che, invece, asserivano che dovevano essere "ributtati da ove erano usciti". Una signora si ergeva a giudice infallibile perché lei aveva viaggiato e aveva visto che in Africa non si sta così male: "Sono stata più volte in Kenia e in Marocco: sono solo storie che hanno problemi!". Spinta dalla mancanza di opposizione, la novella Blixen ha proseguito nel racconto di come si vivesse bene in quei posti e come la gente del luogo fosse contenta di come viveva. Purtroppo c'era chi l'ascoltava e, cosa tragica, annuiva. Mi permette, Direttore di dare alcuni spunti di riflessione a chi, come la succitata signora, pensa che costoro siano tutti dei perditempo?

La "mia Africa" è stata un'altra cosa. Sono stato in missione umanitaria in Somalia. I posti da me visitati non si trovano sui depliant del Club Mediterranée. I luoghi che ho visto non sono paragonabili a Nairobi, Mombasa, Dakar, Djerba ecc. I loro nomi sono Belet-Weyne, Matabaan, Bulo Rayo, Bulo Burti, Gialalassi, Giohar (ne avrei un'altra ventina dai nomi improbabili, difficili da trovare su qualsiasi Atlante…). Negli anni precedenti al mio "viaggio", mi ero posto questa domanda: ma se i "Vu' cumprà" accettano di vivere qui, in Italia, in condizioni così miserrime, cosa lasciano in Africa? Beh, l'ho scoperto: nulla, non lasciano nulla. Parlo della Somalia, ovviamente, e non di tutta l'Africa, ma credo che in molti altri posti vivano nelle medesime condizioni. Per loro, svegliarsi la mattina equivale a dover escogitare qualcosa per arrivare alla sera. I nostri medici, quando li visitavano, parlavano di "età apparente", in quanto le condizioni morfologiche non gli permettevano di avere idee sull'età reale (dicevano che dovevano aggiungere quattro, cinque anni a quella che i loro testi dicevano essere l'età morfologica). Prima del nostro arrivo, nessuno vendeva cibo e questo i primi tempi ci ha lasciato alquanto perplessi. Poi abbiamo capito che l'equazione da risolvere era questa: se vendo cibo, cosa ho in cambio? Denaro, ovviamente. E a che mi serve il denaro? A comprare ciò di cui ho bisogno. E di che cosa ho bisogno, primariamente? Di cibo. E quindi, vendo cibo per comprare cibo? Meglio vendere oggetti, vestiti e altri manufatti per comprare, in primis, cibo e, successivamente, altri manufatti che mi servono per sopravvivere. Sì, per sopravvivere perché in Somalia la gente non vive, sopravvive.

Lì abbiamo incontrato colleghi che avevano fatto l'Accademia con noi a Modena. Uno di questi, il Tenente Colonnello Mohamed Omar, era uno degli interpreti del nostro accampamento. Ebbene, si lamentava perché gli mancava il nostro modo di vivere. Una volta mi ha detto che era un male per lui essere stato in Italia, perché aveva qualcosa da rimpiangere… E noi, nel nostro piccolo, abbiamo fatto vedere a molti di loro che esiste un altro mondo, un mondo dove la mortalità infantile è quasi nulla; dove ci si meraviglia se le donne muoiono di parto; dove la tubercolosi non miete tante vittime; dove si mangia tre volte al giorno e ci si riempie la pancia ad ogni pranzo; dove nessuno farebbe fare il bagno ai bambini nell'acqua del Weby Shebeli perché fa schifo (e loro la bevono pure…); dove se ammazzi una persona non devi pagare 2 mila dollari alla famiglia dell'ucciso affinché i conti siano pari (in realtà il prezzo era 10 cammelli e, all'epoca, un cammello costava 200 dollari).

Ricordo che i primi tempi dovevo ripetere continuamente ai miei uomini che dovevano smettere di pensare "all'italiana" quando cercavano di capire il perché di alcuni atteggiamenti. Se un somalo veniva al nostro accampamento a chiedere qualcosa e gli veniva detto di "no" (a volte chiedevano cose impossibili) si sedevano dall'altra parte della strada ed aspettavano. Un soldato una volta mi ha chiesto: "Capitano, ma che aspetta, seduto lì da due ore?" Io gli ho spiegato che aspettava che cambiassimo idea, in quanto era l'unica cosa che avrebbe modificato il suo status. E lui, di rimando: "Ma non ha niente da fare?". E, guardando la mia faccia, si è ricordato che cosa vedeva quando scortava i convogli: nulla! Ad altri soldati facevo questo esempio: se vi chiedo quante rette passano per un punto in un piano, voi cosa mi rispondete? E loro: infinite! Bene, e per due punti? E loro: una ed una sola! A quel punto gli chiedevo: e chi vi ha detto che parlavo della geometria Euclidea? Esistono tante altre geometrie e in esse in un piano possono passare una, due, mille o forse duemila rette! E per due punti potrebbe anche non passare alcuna retta! Scordatevi le basi della "nostra" geometria ed accettate che la loro li porta a vivere così!

Ecco, è questo che voglio dire: accettiamo anche la loro geometria ed aiutiamoli a vivere nella nostra. Le nostre leggi debbono valere anche per loro e non dobbiamo permettere che le loro sovvertano le nostre: per esempio, l'infibulazione è, e deve essere considerata, un reato contro la persona e non deve essere tollerata come pratica etnica! Non lasciamoli andare, se commettono infrazioni, ma diamogli la possibilità di poter pagare l'eventuale sanzione. Non facciamogli l'elemosina: aiutiamoli a guadagnarsi il pane. Noi, in Somalia, ci siamo sforzati di capire il loro modo di vivere e ci siamo dovuti adattare ad esso: aiutiamoli ad entrare nel nostro. Personalmente ritengo che, nel nostro piccolo, dovremmo cercare di far stare meglio coloro che, stanchi di "sopravvivere", sono costretti a venire qua per "vivere": sicuramente per colpa del mondo occidentale che ha sfruttato ignobilmente il continente nero per centinaia d'anni e ne ha rallentato, se non bloccato, lo sviluppo. Ritengo, altresì, che i Paesi cosiddetti del Primo Mondo debbano cominciare da subito a metter mano al portafoglio per colmare il gap che essi stessi hanno creato, onde evitare che qualcuno si stanchi di vivere in quelle condizioni e cominci una guerra più che santa. Il colonialismo ha creato dei mostri lasciando il potere in mano a chi garantiva di usarlo per scopi a noi comodi. Ora è il momento di usare il nostro, di potere, per far sì che coloro che lo detengono in questi Paesi, lo usino per scopi comodi a loro e creino, così, le condizioni perché il flusso migratorio si fermi. E non basta dargli i soldi, bisogna controllare come li spendono affinché non vengano sprecati per costruire improbabili basiliche di San Pietro in mezzo al deserto o per comprare armi che servono a combattere fazioni avverse. Ma avverse a cosa? Forse al fatto che gli oligarchi nuotano nell'oro e il popolino nuota nella m…? Ma a queste condizioni diventerei avverso anch'io! E se non volessi combattere, cercherei di procurarmi dei soldi per pagarmi il viaggio verso un paese dove si vive sicuramente meglio, togliendo, così, forza lavoro al mio paese e lasciando i più deboli a dover sopportare il giogo di un'intollerabile situazione che di umano non ha nulla.

Vorrei fare un ultimo appello, specialmente alla signora glob-trotter di cui sopra: stiamo attenti a non tirare troppo la corda! Sono troppi coloro che su questa Terra non hanno niente. Noi possiamo anche permetterci il lusso di non volere del cibo perché transgenico, loro no e se decidono che il troppo è troppo, non so cosa li potrebbe fermare dal venirsi a prendere ciò che umanamente gli spetta. D'altra parte, non hanno niente da perdere e sono tanti, tanti, tanti…

Mario Orlando


 
 
 
 
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