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Aprile 2000 / Salute
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Mobbing:
La persecuzione sul posto di lavoro
Aprile 2000

Continua la rubrica di commenti e di consulenza di tipo psicologico. Tutti i lettori che fossero interessati a particolari argomenti possono indirizzare i loro quesiti allo Specchio, per posta, per fax o per e-mail ai recapiti indicati a pagina 2. Nel caso di risposta sul giornale, sarà garantito l'anonimato a coloro che lo richiedono.

Si comincia a parlare, in modo più diffuso, di mobbing nel nostro Paese e lo si deve in gran parte alla ricerca, agli interventi portati avanti da alcuni studiosi e professionisti che da alcuni anni, tra lo scetticismo e l'indifferenza dei più, stanno lavorando allo studio e all'emersione di un fenomeno già esistente da tempo. Tra questi Alessandro e Renato Gilioli, autori di "Cattivi capi, cattivi colleghi", edito recentemente da Mondadori, saggio interessante e coinvolgente.

I primi studi specifici sul fenomeno si sono sviluppati negli anni ‘80 in Svezia grazie al dottor Heinz Leyman. La cosa interessante è che Leyman iniziò a studiare forme di comportamento ostile di lunga durata non in una fabbrica o negli uffici di qualche ente pubblico, ma in una scuola dove un gruppo di bambini aveva attuato una forma di persecuzione nei confronti di un compagno di classe. Leyman riportò questo studio alla realtà lavorativa e presto si rese conto che il fenomeno interessava un numero considerevole di lavoratori che solitamente erano scarsamente consapevoli di quanto stava loro accadendo. Una delle conseguenze del mobbing è infatti l'autocolpevolizzazione della vittima. I modi in cui il meccanismo si manifesta sono molteplici e diversi tra loro. Ci sono metodi evidenti e violenti, dove predomina l'aggressività esplicita; altri sottili e silenziosi che portano ad un lento e progressivo isolamento e svuotamento psicologico della vittima; altri ancora di carattere disciplinare (lettere di richiamo ingiustificate, controlli continui su tutto), mansionali (il lavoratore viene dequalificato e questa è una delle strategie più frequenti nel mobbing verticale), perfino paradossali quando si richiedono al soggetto competenze e prestazioni superiori a quelle che è in grado di svolgere, colpevolizzandolo per l'atteso insuccesso. Chi subisce l'attacco di capi o colleghi (mobbing orizzontale) si chiede per mesi in cosa abbia sbagliato nella sua attività professionale o nel suo rapporto con i colleghi e superiori. Tende a trovare in sé e non nell'ambiente di lavoro il motivo e la spiegazione del suo disagio e della sua sofferenza. Ben presto affiorano sentimenti di solitudine, senso di inadeguatezza e il malessere dall'ambito lavorativo invade l'intera vita della persona, coinvolgendo partner, familiari, amici.

La vittima del mobbing, prima di arrivare ad uno stato di depersonalizzazione (dove la sensazione di non essere più se stesso, di non riconoscersi è la terribile condizione finale dalla quale senza un aiuto qualificato e tempestivo è difficile riprendersi), passa attraverso una fase di continuo preallarme, dove gli stati d'ansia si coniugano con la convinzione razionale di doversi trovare di fronte, da un momento all'altro, a qualcosa di tremendo ed inevitabile. E' in questa fase che si sviluppano probabilmente le numerose malattie psicosomatiche che "accompagnano" quest'esperienza e che contribuiscono ad aumentare la sofferenza dell'individuo e le sue difficoltà nell'ambiente lavorativo. Le persone più deboli e fragili caratterialmente sono forse quelle più a rischio dal punto di vista della salute fisica e psichica, ma anche chi è più forte corre seri pericoli in quanto sopporta i comportamenti persecutori più a lungo e quindi protrae la sua permanenza in un contesto lavorativo "avvelenato". Per quanto concerne la salute psichica le principali conseguenze sono stress, ansia, depressione, fobie, attacchi di panico, crollo dell'autostima, sentimenti di rabbia, etero e auto aggressività. Frequentemente compaiono malattie fisiche di origine psicogena (psicosomatiche) come asma bronchiale, ulcera duodenale, coliti, vertigini, cefalee, disturbi del sonno, della sfera sessuale, manifestazioni cutanee ecc. In generale si verifica un abbassamento delle difese immunitarie con conseguente aumento di rischio di insorgenza di malattie organiche anche gravi.

Ma perché esiste il mobbing? Come mai si realizza così frequentemente questa strategia perversa? Chi sono i mobbers, gli artefici di questi ripetuti episodi di violenza psicologica ai danni di un soggetto isolato? Se una spiegazione può essere facile da rintracciare nelle strategie aziendali (che a volte portano all'espulsione di un soggetto ritenuto non compatibile con i disegni dell'organizzazione, senza utilizzare il licenziamento) è più difficile da accettare che spesso gli autori del mobbing siano persone apparentemente normalissime che si limitano in modo conformista ad eseguire una strategia aziendale o ad imitare il gruppo o il leader di questo nell'aggressione psicologica ad un collega. "L'adeguamento al branco o al capo - sostengono i Gilioli nel loro libro - costituisce uno degli automatismi più frequenti: talvolta basta che uno o due soggetti carismatici si scaglino contro qualcuno, perché diversi altri individui deboli si schierino subito dalla parte del più forte, scaricando tutte le proprie frustrazioni sulla vittima".

Diversi autori ed esperti si sono sforzati di dimostrare che il mobbing danneggia le aziende stesse che lo usano o che lo consentono. "Il mobbing - viene spiegato - è una perversione patologica della competitività che manda il sistema produttivo in corto circuito: chi viene colpito lavora poco e male, si assenta spesso per malattia, diventa un peso per l'azienda". E' stato calcolato che in Germania un lavoratore sottoposto a vessazioni costa all'azienda tra i 50 e i 150 milioni di lire l'anno per le perdite dovute alle assenze, al minor rendimento e agli errori di esecuzione. In particolare, relativamente all'assenteismo il 50% dei lavoratori colpiti va in malattia 6 settimane l'anno, il 31% da 6 settimane a 3 mesi, l'11% da 3 mesi ad un anno.

In Europa diverse aziende stanno affrontando il problema e può essere interessante citare alcuni casi. L'IBM ha creato per i propri dipendenti una "missione benessere". In Francia il Credit Lyonnais ha formato un osservatorio sullo stress con specialisti formatori che tengono lezioni ai dirigenti sulle relazioni tra colleghi. In Germania la Volkswagen ha sottoscritto un accordo con il sindacato per combattere il mobbing: all'interno dell'azienda esiste un referente al quale i lavoratori possono rivolgersi se ritengono di essere danneggiati. Crediamo interessante infine segnalare che a Parigi nel febbraio dello scorso anno c'è stato il primo sciopero antimobbing (al Credit mutuel d'Ile de France), dove 550 dipendenti su 1.000 si sono astenuti dal lavoro per una settimana per protestare contro il non rispetto della persona e i metodi manageriali fatti di pressioni e minacce.

In Italia siamo in ritardo ma, oltre a settori del sindacato che si stanno attivando, esistono due centri, a Milano e a Bologna, in grado di fare ricerca e di dare sostegno e aiuto concreto alle vittime del mobbing (vedi riquadro).

Massimo Marini

La parola mobbing deriva dal verbo inglese to mob che significa: "Assalire tumultando in massa, malmenare, aggredire". E' stata usata dal noto etologo Konrad Lorenz per descrivere alcuni comportamenti del branco, tesi ad isolare ed escludere un membro.

E' un fenomeno di violenza psicologica che riguarda milioni di persone (solo in Italia la stima più cauta parla di 750 mila). Colpisce sia gli uomini che le donne, i giovani e gli anziani, anche se la fascia di età maggiormente colpita è quella tra i 50 e i 60 anni. Può essere verticale o orizzontale. Può cioè essere attuato da un capo verso i sottoposti o tra pari grado, quando un certo numero di colleghi emarginano qualcuno che il gruppo non vuole o che funge da capro espiatorio per scaricare tensioni, aggressività, gelosie. Il mobbing è una malattia sociale trasversale, colpisce sia chi svolge lavori a bassa professionalità, sia chi ricopre posizioni di rilievo. Si verifica negli uffici pubblici come nelle aziende private. Si manifesta nelle grandi metropoli come nei paesini di provincia.

In Italia esistono due Centri che si occupano specificamente di mobbing e che sono in grado di fornire assistenza a tutti i livelli e interventi mirati in favore delle vittime: il "Centro per la prevenzione e la cura del disadattamento lavorativo" di Milano (in Via S. Barnaba 8, Tel. 02 57992644); e il Centro della "Prima associazione italiana contro il mobbing e lo stress psicosociale" diretto dal dottor Harold Ege (ricercatore tedesco da anni residente in Italia) attivo a Bologna in Via Tolmino 14, Tel. 051 6148919.


 
 
 
 
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