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Personaggi allo Specchio:
Riz Ortolani

Aprile 2000

IL PESARESE DI HOLLYWOOD

Datemi una nota della lavandaia e la metterò in musica.
(attribuita a Gioachino Rossini)

E' più facile entrare al Quirinale che nel grande casolare sulla Via Aurelia, non lontano da Fregene, che ospita Riziero e Caterina. Dietro l'alta recinzione in pietra, la voce citofonata della governante polacca Joanna ferma senza pietà il cronista privo di lasciapassare, arrivato in anticipo per colazione. Solo una telefonata sul cellulare dei padroni di casa risolve in pochi minuti la situazione: il massiccio portone di ferro si apre lentamente e appare il grande prato all'inglese con la casa al centro, le querce, gli abeti. Un'anticipo di primavera romana a fine febbraio fa spuntare le prime margherite nell'erba, quando Pesaro è ancora avvolta fra freddo e nebbia. Sono stati prudentemente relegati dietro una rete due imponenti pastori tedeschi che mi osservano scodinzolando con cordiale interesse, nonostante la stazza poco rassicurante: la femmina si chiama More, il maschio Music, tanto per spiegarsi subito.

In attesa dei miei ospiti, lancio qualche occhiata in giro: il pavimento in "cotto", una grande vetrata che dà sul giardino, il pianoforte a coda del Maestro, con un piccolo busto di Rossini; i cuscini sulle poltrone, ricamati con note musicali; un televisore dallo schermo gigantesco, le innumerevoli foto alle pareti, da cui mi scruta tutto il Gotha del cinema mondiale, da Fellini a Robert Redford, da Pupi Avati a Walter Matthau, da Peter Ustinov a Lattuada, da Dino Risi a Shirley Mac Laine, da Vittorio De Sica a Damiano Damiani.

La magia di More. Intervistare Riz Ortolani significa ascoltare, per almeno tre quarti del tempo, la voce di Katyna Ranieri: un'esuberante fiorentina, grande star internazionale della canzone e sua moglie, amica, complice, portavoce, ammiratrice, capo ufficio stampa, avvocato. E' un colloquio per interposta persona: alle domande risponde immediatamente lei, prima che l'interessato abbia il tempo di respirare. E' lei che gli ha abbreviato il nome in Riz (più adatto al mondo dello spettacolo, rispetto al severo Riziero), dopo aver cambiato il proprio in Katyna, alla greca. "Da Rossini a Riz Ortolani" è il suo slogan per riassumere la storia della musica pesarese: niente male per una cantante che negli anni '50, in sala di incisione, aveva "protestato" il giovane arrangiatore del maestro Trovajoli, per nulla soddisfatta dalle orchestrazioni che precedevano i suoi brani. A quel tempo era già celebre, dopo l'interpretazione della Canzone da due soldi al Festival di San Remo, che rinnovava lo stile tradizionale della canzone italiana, e le prime tournée negli Stati Uniti e in Brasile. Poco dopo il primo, burrascoso incontro, la sua vita professionale e sentimentale si intreccia con quella di Riz: lo sposa in Messico e diventa la sua Musa e l'interprete più importante delle sue melodie. Sarà lei per prima, all' Auditorium di Santa Monica a cantare More: il brano musicale creato nel 1962 per la colonna sonora di Mondo Cane, il film inchiesta di Gualtiero Jacopetti, e subito messa in versi dal paroliere inglese Norman Newell su richiesta dei distributori americani. Un successo vertiginoso, testimoniato dalla "nomination" all'Oscar (anche se poi in finale gli furono preferiti i veterani di casa) e dal Grammy Award, il primo assegnato a un compositore straniero, con cinque milioni di passaggi radiofonici e quasi cinquanta milioni di dischi. More è stata cantata da innumerevoli interpreti, fra cui Frank Sinatra, Judy Garland, Barbra Streisand, Count Basie, Duke Ellington, Nat King Cole. La figlia di Nixon, Patricia, l'ha voluta come sottofondo musicale del suo matrimonio invece della marcia nuziale. Tuttavia il musicista non ne può più di vedere il suo nome sempre associato a More, anche se questo brano è alla base della sua fortuna, anche economica. Mi cita il caso di Edward Elgar, grande compositore inglese del primo Novecento, autore di sinfonie e concerti, che ebbe la ventura di comporre un tema per l'Esposizione Mondiale di Londra, che poi divenne la marcia militare degli aviatori inglesi; oggi è praticamente ricordato solo per quello.

Dopo More, Riz Ortolani ha composto una miriade di commenti musicali per il cinema e la televisione (qualche titolo: La Rolls Royce Gialla, con la canzone Forget Domani, che gli fa aggiudicare un "Golden Globe"; Il sorpasso di Dino Risi; Banditi a Milano di Carlo Lizzani; La Piovra di Damiano Damiani; Una gita scolastica e tutti gli altri film di Pupi Avati, con cui guadagna due "Nastri d'Argento"; Fratello Sole, Sorella Luna di Zeffirelli; Cristoforo Colombo di Lattuada), ha collaborato con una quarantina di registi, ha diretto le maggiori orchestre del mondo. Ma nell'immaginario collettivo rimane soprattutto la struggente melodia di quel suo primo successo.

Il sogno americano. E' nato e cresciuto a Pesaro in Via Orazio (fra Viale Cialdini e Piazza Carducci). Abitava da quelle parti anche un ragazzo più grande che prometteva bene, Arnaldo Forlani, e si incontravano ogni giorno andando a scuola: diventarono amici molti anni dopo, a Roma, ed è un'amicizia confermata ancor oggi con lealtà, nonostante le discusse vicende politiche e giudiziarie del personaggio. Riziero era ultimo di sei fratelli e sorelle, con un padre che lavorava alle Poste ma suonava il contrabbasso, sognando la musica: per lui e per i suoi figli. Anche Riziero suonava il violino dall'età di quattro anni, ma un incidente al gomito ne limitò i movimenti. Si dedicò allora al flauto e alla composizione, frequentando il Conservatorio fino al diploma (a 15 anni era già "primo flauto" dell'orchestra sinfonica locale), andando a suonare la sera nei locali alla moda di Rimini e di Riccione e curando la trascrizione per banda delle nove sinfonie di Beethoven: la considera un'esperienza fondamentale nella formazione di un suo personale stile sinfonico. Ma anche questo ragazzo, come i tanti altri della diaspora pesarese nel mondo, cercava fortuna e grandi spazi. Non voleva restare in una piccola città, con i vecchi musicisti davanti al Caffè Capobianchi, che tiravano la giornata in attesa di improbabili scritture. Fu il suo maestro più amato, Piero Giorgi, a parlargli per la prima volta della musica che stava preparando per un film; e il ragazzo cominciò a sognare il cinema: tanto da trascrivere su un foglio di carta, nel buio delle sale cinematografiche, le note dei film musicali americani dell'epoca che influenzeranno il suo stile di compositore. La strada del cinema porta a Roma: e fu nella capitale, non ancora ventenne, che iniziò la gavetta di arrangiatore nelle orchestre della RAI, guadagnandosi in breve tempo la stima dei grandi direttori di musica leggera del tempo, come Armando Trovajoli e Gorni Kramer. Ha poco più di trent'anni quando compone la musica di More: ed è subito Hollywood.

L'America significa i grandi registi, i grandi divi, le grandi Case di produzione. Significa sontuose ville con piscina messe a sua disposizione per i mesi di lavoro necessari alla lavorazione di un film, scandito dai suoi contrappunti musicali: musica dodecafonica per i thriller, melodie per le storie d'amore, ritmi martellanti per i film d'azione. Ma venne il tempo delle scelte. Il ragazzo pesarese dal carattere schivo e un po' scontroso (come molti suoi concittadini) voleva lavorare in Italia, nella sua terra, fra i suoi umori, con i suoi registi; e Katyna lo seguì a Roma, rinunciando allegramente, per amore, ai fasti delle sue tournée americane, agli show televisivi, al Plaza di New York, all'Ambassador di Los Angeles, al Palmer House di Chicago, a Miami, a Cuba, al Messico.

Oggi continuano a fare concerti insieme e qualche anno fa, a Natale, sono tornati a Pesaro (città a cui continuano a sentirsi molto legati) per interpretare al Teatro Rossini un'antologia di musica da film con orchestra sinfonica: un evento tenacemente voluto da Giorgio Girelli. Doveva essere una sola serata: sono diventate due a furor di popolo pesarese.

I fantasmi dell'orchestra. In questi giorni sta cominciando a pensare alla musica di un nuovo film di Pupi Avati: "Coloro che fecero l'impresa", storia di una crociata di cinque giovani alla ricerca della Sacra Sindone. Le riprese cominceranno a settembre, ma è già ora di studiare le pagine della sceneggiatura, di entrare nell'atmosfera del racconto, di accostare le immagini virtuali alle note giuste. Il grande musicista, che ormai potrebbe pontificare dall'alto del suo sterminato repertorio, continua a lavorare ogni giorno con l'impegno e la modestia di un compositore alle prime armi, con grande rispetto per l'opera del regista di cui si sente solo un uomo di fiducia, un collaboratore: come gli sceneggiatori, gli attori, i trovarobe, il direttore della fotografia. Questo fa parte della professionalità che ha respirato negli studios americani e del suo personale stile di vita.

Pensa alla musica e sente suonare nel silenzio della grande casa gli "archi", i "fiati", i "timpani" e tutti gli altri strumenti dell'orchestra che vestiranno le note con i loro timbri: sonorità da amalgamare, guidare, contrapporre, fondere, impastare, come i colori di una tavolozza. E rivede i volti degli interpreti che ha diretto, e con cui ha condiviso decine di serate inebrianti negli studi di registrazione e nei teatri di mezzo mondo. E' convinto che la musica imprima una specifica fisionomia ai suoi esecutori: "un trombettista o un violinista ha sempre la stessa faccia, in tutti i Paesi", dice il Maestro, con una battuta che avrebbe fatto felice Cesare Lombroso.

Però qualche volta dimentica i film a cui sta lavorando (spesso contemporaneamente) e comincia a seguire il fluido di altre armonie: di fughe, di contrappunti, di melodie che misteriosamente sgorgano dal suo incoscio. Allora alza una bacchetta immaginaria e comincia a dirigere la musica sinfonica che avrebbe sempre voluto scrivere e che forse un giorno ascolteremo anche noi. Perché non si vive di solo More, anche se questa parola, in inglese, significa "Di più", come nello slogan della RAI.

Alberto Angelucci

 

 


 
 
 
 
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