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Che ne pensi
dell'utero in affitto?

Le cronache del mese scorso hanno trattato diffusamente il tema del "prestito dell'utero" per consentire lo sviluppo di un embrione concepito da una coppia (che non potrebbe altrimenti avere figli) attraverso l'impianto nel corpo di un'altra donna: una pratica già diffusa in altri Paesi europei. In Italia l'iniziativa è stata presa dal giudice Chiara Schettini che ha autorizzato il ginecologo romano Pasquale Bilotta ad effettuare il cosiddetto "intervento di fecondazione assistita tramite madre surrogata". La questione è tuttavia ancora pendente, e molto controversa, perché la legge italiana considera madre, a tutti gli effetti, chi partorisce il neonato e non chi fornisce il patrimonio genetico.

Su questo delicato argomento abbiamo chiesto il parere di alcune donne impegnate nella vita sociale e politica nel nostro territorio.

I diritti del nascituro

Una delle più significative acquisizioni della cultura e del pensiero contemporanei è la rivalutazione del corpo e del suo linguaggio: corpo (femminile o maschile) matrice di pensiero, luogo di unità tra materiale e spirituale, centro di identità del soggetto. Il superamento della separatezza tra sfera fisica e affettivo-razionale-spirituale, ha comportato, tra le tante altre conseguenze, la scoperta dell'importanza della vita prenatale in rapporto alla circolarità della comunicazione madre-figlio; il nuovo favore per i parti domiciliari e l'importanza del contatto immediato madre-figlio anche in ambiente ospedaliero.

Questo premesso, la stessa evenienza di una procreazione al di fuori del corpo della madre genetica, si pone in controtendenza rispetto alla direzione segnalata: perché rifrattura l'appena raggiunta (e mai conquistata) integrità psico-fisica della donna-madre e dell'entità madre-figlio. Per questo sono contraria in linea di principio a prassi di generazione diverse da quella naturale in corpo materno. Alti poi sono i rischi, aggiuntivi, connessi alla contrattualizzazione del rapporto tra made d'uovo (che dovrà necessariamente essere, anche giuridicamente, la vera madre del nascituro) e madre di parto: e non vi è in questa "negozializzazione" della maternità e della gestione dei conseguenti possibili conflitti, una ulteriore perdita di campo e di linguaggio al femminile?

Vorrei peraltro che l'intero problema fosse affrontato a partire dal nascituro: il desiderio di maternità non costituisce un diritto autonomo se non rapportato ai diritti e agli interessi del bambino. Solo quando sia accettata questa prospettiva, potrei accettare anche l'eventualità solo per comprovate ragioni di salute del bambino, di una gestazione nel grembo di donna diversa dalla madre a favore di quella madre che sia temporaneamente (per malattia transitoria) incapace di assicurare al nascituro una sana gestazione. Tale soluzione potrebbe a mio avviso essere letta come atto d'amore, dotato di una valenza etica, senza che debba incorrere in aprioristici ed incondizionati divieti normativi. Si tratta peraltro di soluzioni eccezionali, non determinate da malformazioni costituzionali della madre (dalle quali non insorgerebbe nemmeno il rischio di gravidanze dannose per il nascituro), ma dalla necessità che il bimbo non abbia a patire le condizioni di salute della propria madre.

Silvia Cecchi
Sostituto Procuratore della Repubblica
Tribunale di Pesaro

 

Il bisogno di maternità

La decisione del Tribunale di Roma di consentire la maternità surrogata ha suscitato gran clamore ma ha avuto il merito di costringere a riflettere su un argomento che in Italia è rimasto un tabù innominabile e ad approfondire le ragioni che giustificano le condanne tanto diffuse in questi giorni. Tralascio le questioni di carattere giuridico. Come medico, incontrando quotidianamente donne che desiderano avere una gravidanza senza riuscire a conseguirla devo, per ragioni di ruolo, affrontare il problema in termini concreti.

Le donne cercano una gravidanza in età sempre più avanzata quando le patologie uterine si fanno via via più frequenti e gravi: tali da non consentire alcune volte una terapia chirurgica conservativa e quindi di riuscire a portare a termine una gestazione. E' meglio allora ricorrere alla fecondazione in vitro con il seme del proprio marito, in modo da ottenere un figlio geneticamente proprio chiedendo ad un'altra donna solidale di portare a compimento quella gravidanza che altrimenti sarebbe preclusa. In questo caso la maternità è frutto di pura benevolenza e altruismo nei confronti di una donna meno fortunata.

Mi preme ricordare che le tecniche di fecondazione assistita, peraltro già in atto da molto tempo, non differiscono nelle modalità di trasferimento dell'embrione tra l'utero della madre genetica e l'utero di una donatrice. Se è lecito il principio che il desiderio di conseguire la gravidanza va salvaguardato anche quando le vie naturali non lo permettono, allora questa tecnica rientra nella normale routine di fecondazione assistita. Sarebbe in ogni caso auspicabile l'istituzione di un comitato etico-scientifico che valuti caso per caso la capacità psicologica della donatrice di scindere il tempo della gestazione dal momento della nascita di un neonato che di fatto non le appartiene geneticamente nonché gli eventuali risvolti psicologici del futuro bambino nato da una madre "surrogata".

Loredana Ceccarelli
ginecologo
Azienda Ospedaliera Pesaro

C'era già nella Bibbia

Anche se personalmente è una scelta che non farei, è molto difficile avere le idee chiare sul problema dell'utero in affitto. Sono vere, credo, alcune delle obiezioni che vengono avanzate: per esempio quella per cui, se il rapporto tra madre e figlio si costruisce già nell'utero, tale rapporto in questo caso nasce già in parte condizionato. Ma è anche vero che, come insegna anche la Bibbia, nella storia umana questa pratica (in altre forme) è stata già sperimentata frequentemente.

Secondo la mia opinione le donne che non possono avere bambini hanno il diritto di tentare tutto il possibile per esaudire il loro desiderio; e soprattutto non può essere una legge a vietare rigidamente il discorso ad una maternità surrogata. Fermo restando che bisogna tutelare tutti i diritti del bambino e che si debba impedire un uso lucrativo di questa pratica, sono convinta che non possa essere la legge a dire alle donne cosa fare o non fare del loro corpo. Trovo aberrante che una società in cui si vuole liberalizzare tutto, l'unica cosa su cui, secondo molti (di solito uomini) lo Stato dovrebbe intervenire pesantemente, sia proprio l'unica su cui dovrebbero valere soprattutto la coscienza e la responsabilità personali.

A mio parere, il corpo della donna, utilizzando tali pratiche, potrebbe perdere il ruolo più importante che le è stato affidato, che è quello di dare la vita. Per questo sono fermamente convinta che su questo tema l'ultima parola spetti alla donna.

Simonetta Romagna
Presidente
Commissione per le Pari Opportunità tra uomo e donna
Regione Marche

 

La scienza e l'etica

Non so fino a che punto i percorsi rapidi ed imprevedibili della ricerca scientifica traducano davvero tensioni e desideri essenziali delle donne e degli uomini del nostro tempo. A volte l'impressione è quella di un'accelerazione dei risultati della ricerca disgiunti dalla reale capacità di gestirli fino in fondo nella pienezza della responsabilità e nel rispetto della persona. Oggi può essere l'impossibilità a procreare, domani il desiderio di farlo "senza fatica", dopodomani l'esigenza di non interrompere i propri ritmi di lavoro o di presunto benessere: quanto in tutto questo processo, prima dei desideri degli adulti, tutela e garantisce i diritti di chi è chiamato alla vita?

Desideri ed aspirazioni, intrinsecamente positivi, non possono trovare la loro risposta più esauriente in soluzioni affidate alla temporanea concessione di un utero altrui: è uno di quei casi, a mio avviso, nei quali, per motivi diversi, scienza ed etica hanno bisogno di una correlazione più intensa.

Maria Pia Gennari
Assessore ai Servizi educativi e
alle Politiche femminili
Comune di Pesaro

Una duplice violenza

Sono contraria all'idea dell'utero in affitto. Ritengo che il diritto di essere genitori non possa essere al disopra di tutto ed in particolare al disopra del diritto del nascituro ad avere una famiglia vera, e cioè un solo padre e una sola madre: entrambi certi.

Ciò che più mi colpisce è che qualcuno possa pensare di rendere legale questa duplice violenza nei confronti della donna e del bambino:

  • Nei confronti della donna ritengo una violenza permettere che, facendo leva sul bisogno economico, la si possa spingere ad affittare l'utero, mercificando così uno dei momenti più sacri della vita. Inevitabile poi il trauma che subirebbe la donna a causa del distacco dalla creatura che, come madre in affitto ha sentito crescere e muovere dentro di sé.

  • Violenza anche nei confronti del nascituro che al momento della nascita vede spezzarsi il legame che si forma con la madre naturale, quella che lo ha portato in grembo. Durante la gestazione il bambino impara a conoscere la madre, ne riconosce la voce, ne percepisce le emozioni. Inoltre, in qualsiasi momento, il bambino potrebbe perdere la certezza sulla paternità o sulla maternità a causa di rivendicazioni dei genitori naturali. I casi di conflitto per l'affidamento fra genitori committenti e genitori naturali che si sono verificati in questi anni in altri Paesi del mondo, dovrebbero far riflettere sui danni psicologici per il bambino conteso.

Giovanna Cecconi
Consigliere comunale PPI

La cultura dell'amore

Le nuove tecniche di riproduzione rendono possibile desideri fino a poco tempo fa irrealizzabili e arrivano a modificare il modo di pensare la maternità e l'essere genitori; col rischio, grave, che le domande e i bisogni delle persone finiscano con l'adeguarsi all'offerta tecnologica e che, da ultimo, anche la procreazione diventi terra di conquista del mercato e di nuove disuguaglianze.

La recente ordinanza sull'utero in affitto riconosce l'accordo di maternità surrogata adducendo due motivazioni: la prima riguarda il diritto alla vita dell'embrione, argomento delicato per le sue implicazioni in materia di aborto; la seconda riguarda il diritto alla genitorialità per cui il desiderio di avere un figlio viene tradotto automaticamente in un diritto.

Ancora una volta ci troviamo di fronte ad un diritto che non prende in considerazione l'aspetto della relazione tra madre e feto ma che finisce col contrapporre i soggetti coinvolti: la madre contro l'embrione, la madre genetica contro la madre surrogata. Più che una cultura dei diritti occorre una cultura dell'accoglienza e dell'amore, occorre parlare del significato di essere genitori e della relazione d'amore e di responsabilità verso i figli. D'altro lato è curioso vedere con quanta facilità si sia delegata una questione così delicata alla scienza: quella stessa scienza che nel campo della psicologia dello sviluppo ha riconosciuto l'importanza del rapporto madre-feto durante la gestazione nel creare un legame affettivo ma anche nel preparare l'apparato cerebrale al pensiero. Quali sono i rischi se questo rapporto madre-figlio diventa solo strumentale?

Sabrina Pecchia
Consigliere comunale
Comunisti Italiani

La sacralità della vita

Sono convinta che la libertà e l'autodeterminazione delle donne non può continuare ad essere rivendicata come necessità primaria, ogni volta che si affronta il tema della procreazione che riguarda non solo la donna, ma anche l'uomo e soprattutto il nascituro. La priorità vera è il rispetto della nuova vita, è il rispetto dell'uomo ancora non nato ma già titolare del diritto inalienabile della vita. Proprio per questo, la necessità di regolamentare la procreazione assistita per colmare un vuoto legislativo che rende attualmente possibile ogni intervento, non giustifica il varo di una legge che voglia mettere il desiderio di genitorialità, in sé legittimo, prima del sacrosanto diritto del nascituro di avere una precisa identità e legittimi genitori.

La fecondazione eterologa viola questo diritto e non può essere assolutamente considerata come uno dei diversi metodi per risolvere i problemi di sterilità ed infertilità. La legge deve, prima di tutto, tutelare il diritto alla vita ed il rispetto del principio di unitarietà della famiglia. No dunque alla produzione indiscriminata di embrioni che vengono poi in parte eliminati. No alla fecondazione eterologa, e fecondazione omologa solo all'interno di una coppia di coniugi. Le donne non devono diventare complici, ancora una volta, di una grande ingiustizia nei confronti del nascituro. La sacralità della vita lo esige.

Giuliana Baciocchi
Consigliere comunale
Forza Italia

Un dibattito aperto

Esprimere in breve un parere su questa vicenda non può risolversi in uno sbrigativo sì o no. La giudice Chiara Schettini ammette i limiti dell'esercizio della legge in materia e relativizza la sua sentenza a quel caso, a quelle tre persone: una sentenza dunque che interviene e giudica una particolare storia, unica e diversa. E ancora: si parla impropriamente di utero in affitto, con tutta la valenza negativa sottesa all'espressione, mentre nella relazione tra quelle tre persone non c'è ombra di commercio, ma anzi atto d'amore per permettere ad una donna di diventare madre. Quindi, semmai "maternità surrogata" e mai come in questo caso la scelta dei termini diventa rivelatrice, perché, come dice l'ordinanza, "il desiderio alla maternità è un diritto e come tale va tutelato".

Ma ci sono anche domande più generali che il caso sollecita e sulle quali il dibattito è molto aperto: fin dove è giusto e possibile legiferare in una materia così complessa che tocca l'aspetto più intimo di una persona? E' giusto, come fanno molti, invocare una legge repressiva e rigidamente ordinatrice che regolamenti il campo della procreazione e delle relazioni familiari, proprio nel momento storico in cui esse sfuggono e si modificano profondamente e si avventurano nell'incerto confine tra responsabilità personale ed onnipotenza scientifica? Una questione importantissima, dunque, per le donne e per gli uomini, che mi pare, invece, venga utilizzata soprattutto da chi ha interesse a far passare in Parlamento una pessima legge sulla procreazione assistita, su cui gravano, peraltro, anche forti sospetti di incostituzionalità.

Nadia Regnoli
Verdi – Pesaro

 

 

 


 
 
 
 
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