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Aprile 2000 / Opinioni e Commenti
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Le colpe dei Savoia


L'articolo "Omaggio all'ultimo Re" (Lo Specchio n. 30) è apparso senza la firma dell'autore, Michele Merlin, a causa di un errore tecnico nella produzione delle pellicole. Ce ne scusiamo con l'interessato e con i lettori.

Mi riferisco all'articolo apparso sull'ultimo numero de Lo Specchio della città, dal titolo "Omaggio all'ultimo re", e all'infinito dibattito che da decenni occupa le prime pagine dei rotocalchi e le pagine interne dei quotidiani sul rientro delle salme dei Savoia, sulla loro collocazione al Pantheon e sul rientro in Italia dei figli maschi della stessa famiglia. Tengo a precisare il mio pensiero, che corrisponde a quello della stragrande maggioranza degli italiani: stanchi di una questione che i contendenti sembrano affrontare sempre nel modo sbagliato vuoi per ignoranza, vuoi per calcolo.

Per prima cosa sarebbe opportuno che tutti coloro che hanno dato e continuano a dare il loro contributo alla confusione dichiarassero se accettano o meno il principio fondamentale della nostra Costituzione secondo il quale la sovranità appartiene al popolo. Ad una risposta affermativa decadrebbe l'idea stessa di monarchia e cioè che qualcuno possa ereditare per nascita la carica di Capo di Stato: l'idea monarchica è infatti in clamoroso contrasto anche con un altro principio fondamentale della Costituzione e cioè che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge; e quindi non sarebbe ammissibile l'esistenza di una famiglia privilegiata fino al punto di considerarsi in diritto di regnare. Si potrebbe obiettare che la nostra Costituzione è repubblicana e di conseguenza i principi fondamentali non potrebbero essere diversi. Ma davvero esistono delle persone in Italia che oserebbero mettere in discussione questi principi e pensare che sia possibile reintrodurre nel 2000 una divisione in caste? Credo proprio che ci siano cose più serie da discutere e risolvere. Perciò è evidente che nel momento in cui i figli maschi della famiglia Savoia accettassero la Costituzione italiana, senza pregiudizio alcuno, la XIII disposizione transitoria e finale che vieta il loro rientro in Italia decadrebbe automaticamente.

In verità i due maschi Savoia oggi in vita non hanno mai pensato di essere cittadini come gli altri e, aiutati da giornalisti superficiali e "sudditi fedeli", dichiarano ogni giorno di considerarsi eredi della vecchia Casa regnante e come tali non cittadini ma monarchi espropriati con l'inganno e con la truffa di un loro diritto a regnare; non rendendosi conto che, parlando in questo modo, essi stessi giustificano la permanenza della XIII disposizione nella Costituzione. Perché a questo punto trasformano un problema umano in un problema politico e come è noto la politica ha le sue leggi: ed in nome di queste leggi non possono e non devono essere dimenticate le gravi responsabilità politiche di una monarchia che conferì la carica di Primo Ministro al capo di una fazione violenta e criminale ampiamente minoritaria nel Paese, che accettò supinamente di portare il Paese in guerra e i giovani italiani a morire in Africa, Albania, Grecia, Russia, Yugoslavia, che approvò le leggi razziali contro gli ebrei e che infine, dopo aver fatto arrestare Mussolini, abbandonò vilmente la capitale e gli italiani. Hanno certamente ragione coloro che sostengono che a nessun figlio o nipote può essere chiesto di processare i propri padri o nonni o di insultare la loro memoria; ma siamo in sede politica ed alcune parole dovranno pur essere dette se non vogliamo essere duri soltanto con quattro ignoranti che dagli spalti dei palchi di calcio inneggiano a uomini e vicende di un recente passato.

L'Italia moderna e repubblicana non deve niente ai Savoia, come giustamente i Savoia non offrirono nulla alle case regnanti da essi spodestate con le armi e con i referendum durante le vicende risorgimentali. Accettino i due maschi Savoia questa semplice verità se il loro desiderio di entrare in Italia è sincero. Se invece volessero riaffermare presunti diritti contro la storia, contro la democrazia, contro la logica, restino pure dove fino ad oggi hanno vissuto passando da un ricevimento all'altro. Nessuno in Italia se ne darà pensiero.

Alberto Berardi

Mè I Savoja a voj ch'jartorna!

Cum è buff ste mond maché
lóri i dmanda d'arturnè,
mentr'invec el Parlament
an j vo' propi pargnent:
lóri jè dla gent unesta
e par nó sarìa na festa
nò parchè nó a sem monarchigh
nè a fém part d'un grupp d'anarchigh
ch'i t'à voja de mazei
cum s'i fussa dj animei,
mo parchè è quistion d'giustizia
do' ormei regna sta ciuccizia,
tutt sti profug che st'Paes
i l'à rés cóv dj albanes.
Pegg del pched uriginèl,
pegg na mucchia che par quél
Crest l'à un dé truved n'armedi,
mo ma questi ch'i è j eredi
d'chel Vitorio ch'molt da fè
el s'è dat par consegnè
ste Paes tle mèn del Fasc,
un Savoja, cum el nasc,
porta dria sta maldizion
che cavè an j pò niscion.
È quistion de patrimoni?
Tucarìa dèj ‘n encomi
ma tutt clóri che st'inbroj
jà creed sa tantle noi.
Te pèr giost? Tun ste Paes
do' niscion l'à fatt le spes
dle pulitig ch'l‘à sbajed
e ch'le c'à mezz arvined,
la t'sta a seda in Parlament,
questa è grossa, sentì gent,
la nepot de cló ch'i dic
ch'l à mazed tant'infelic,
de cló ch'el t'à moss na guera
do' par cél, par mer, par tera
i t'è gid da Luigion,
le ‘n se conta, un sach d'person.
Ma niscion j è nud tla ment
d' quei ch'i stà tel Parlament
de dì acsé, rivolt ma clìa:
"Tott di cara, tè va via;
an me dà d'volta el ciarvel,
el tu nom l'à fatt tropp mèl".
An è giost prò gnanca quest
ch'n'à a che fè sa i disunest
ona che, pora sgrazieda,
‘n era ancora gnanca neda!
A m'arcord che da ragazz
s'arduneva in t'un gran spiazz
par sentì ‘l giornale radio
un sach d'gent cum in t'un stadio
for del bar da la Tedesca;
molt'i dciva: "Par la fresca,
cò l'aspetta a fè la guera
sa la Francia e l'Inghiltera;
quest an scherza: in t'un mument
chiappa tutt e ‘n arman gnent".
Acsé gira, inbroja e mista
jera dvent tutti fascista,
molti d' quei che in ste mument
i stà a seda in Parlament,
in tel Fascio jera, o gent,
anca se i fa finta d'gnent.
Cuncludend la gent à voja
ch'i t'artorna sti Savoja.

Marcello Martinelli


 
 
 
 
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